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Tra gavetta, visibilità e stanchezza: perché la ristorazione non trova più persone. E’ caccia ai pizzaioli

Il lockdown ci ha fatto riscoprire il valore del tempo, in parallelo questo valore ritrovato ha messo in crisi un comparto come quello della ristorazione, inceppando il meccanismo e invertito i principi su cui l’ecosistema lavorativo si è finora strutturato. Se agli albori del 2021 la cosiddetta “crisi del personale” sembrava un capriccio oggi a distanza di cinque anni è una visione condivisa, quasi un atto rivoluzionario. Dipendenti e datori di lavoro nel settore ristorativo si trovano in posizioni contrapposte e ascoltando lamentele e riflessioni appare necessario trovare una soluzione nuova, che in parte cancelli l’idea di servizio a cui eravamo abituati e che rimetta in equilibrio e in salute il comparto, altrimenti le conseguenze negative sul lungo termine saranno varie e anche drastiche. Non sono poche le attività che minacciano la chiusura per mancanza di personale specializzato e affidabile.

Durante l’ultima edizione del Sigep abbiamo posto una serie di domande sul tema a numerosi pizzaioli, ne è venuta fuori un’indagine che definisce due temi centrali: una nuova generazione di addetti scarsamente formata e poco partecipe alla progettualità aziendale e la necessità di costruire un ecosistema più umano.

La carenza di personale nella ristorazione

Negli ultimi anni la ristorazione ha dovuto affrontare una delle sfide più complesse: la crescente carenza di personale. Chef, pizzaioli, camerieri, bartender e aiuto cuochi sono figure sempre più difficili da reperire, in un fenomeno che non fa distinzioni tra ristoranti stellati, trattorie, pizzerie o grandi catene. Le ragioni sono molteplici e intrecciano cambiamenti sociali e nuove aspettative dei lavoratori, orari impegnativi, retribuzioni spesso poco competitive e una diffusa perdita di motivazione.

 

Se fare il pizzaiolo è considerata una fase transitoria

Dalle testimonianze dei vari pizzaioli intervistati si denota mancanza di professionalità, accompagnata dalla mancanza di passione e nel lavoro quotidiano l’esperienza in pizzeria viene vissuta come una fase transitoria più che come una scelta professionale.

Come sottolinea Luca Valle (Anima Concept, Teramo): «Viviamo un cambio generazionale: i giovani hanno una visione diversa di gavetta e carriera, arrivano poche candidature italiane e spesso senza una formazione adeguata. Il problema principale è la scarsa continuità e affidabilità: si cambia spesso lavoro e si rifiuta persino il tempo indeterminato. Questo rende difficile investire nel lungo periodo, soprattutto in un mestiere artigiano come quello del pizzaiolo, che richiede tempo, dedizione e stabilità. Inoltre è necessario oggi confrontarsi più di frequente con il personale, si avverte un calo motivazionale diffuso e preoccupante, dovuto a uno scollamento tra il lavoro quotidiano e il senso del perché lo si fa».

Dall’Abruzzo al Veneto, Oba (Loop pizzeria, Albignasego) rimarca il concetto: «Manca professionalità: arriva personale senza competenze, che dopo pochi mesi chiede già un aumento. A questo si aggiungono scarsa affidabilità e poca precisione, elementi che rendono difficile costruire un percorso di lavoro solido».

E anche in Brianza Corrado Scaglione (Enosteria Lipen, Triuggio) conferma l’esistenza di questa criticità: «I professionisti realmente specializzati sono pochi e ci si trova a dover lavorare con ciò che è disponibile, investendo tempo e risorse economiche nella formazione di personale non qualificato, con persone che talvolta si improvvisano nel mestiere e che dopo un po’ vanno via».

Stesse criticità evidenziate da Daniele Del Gaudio (Passione e Tradizione, Parma): «È sempre più difficile trovare giovani disponibili a questo lavoro per via di orari e festivi. In una città universitaria come Parma prevalgono studenti senza formazione specifica, con un alto turnover, che impone formazione continua, nuovi contratti e gestione di assenze e abbandoni, rendendo il lavoro quotidiano più complesso».

Un approccio al lavoro – a tratti superficiale – che ha ricadute concrete verso gli imprenditori con investimenti economici e formativi significativi, senza però tradursi in continuità o stabilità per l’impresa.

La voglia di visibilità immediata

Sul fattore “passione” anche Giovanni Grimaldi (Pizzeria Giovanni Grimaldi, Grottaminarda) dice la sua: «Il vero nodo è la motivazione. Sempre più giovani pizzaioli faticano ad appassionarsi davvero al lavoro quotidiano e non sono disposti a fare il percorso necessario. L’obiettivo principale diventa l’immagine, e la visibilità. Si è disposti a lavorare solo se hanno la possibilità anche in breve tempo di “diventare celebri” o di lavorare per i nomi noti, mentre si perde di vista il valore dell’esperienza, della crescita e del sacrificio. È una voglia di emergere che spesso è legata più alla visibilità che alla sostanza del mestiere».

E qui entra a gamba tesa Luca Tudda (L’Ammasciata, San Marco Argentano) impegnato in un nuovo progetto sempre a tema di pizza, che confessa: «Negli ultimi mesi sto seriamente valutando la possibilità di chiudere la pizzeria, non per mancanza di clienti, ma di personale specializzato. Nello specifico trovare dei pizzaioli è diventato estremamente difficile e non è una questione di paga: sono arrivato a offrire 2.500 euro netti al mese, più possibilità di alloggio, per 6 giorni lavorativi su 7 e solo servizio serale, su una realtà di provincia di circa 8mila abitanti non paragonabile alle grandi città. Eppure non sono riuscito a trovare professionisti seri disposti a prendersi la responsabilità del ruolo. La pizzeria artigianale – come l’abbiamo sempre conosciuta – è un modello fragile che ruota intorno al pizzaiolo, perno tecnico, creativo e operativo. Se quel perno manca e non c’è un “secondo” affidabile, l’alternativa è solo una: o abbassi gli standard oppure ti carichi tutto sulle spalle e quando non riesci più chiudi».

Luca Tudda

Sempre dalla Calabria ci lasica la sua testimonianza Anna Rotella (Bob Alchimia a SpicchiMontepaone): «In Calabria manca personale qualificato per la sala, anche per l’assenza di una formazione adeguata e di una reale volontà di scegliere questo mestiere. Nel nostro caso, il lavoro sull’immagine di Bob ha reso l’azienda attrattiva e ci siamo distinti privilegiando l’aspetto umano e investendo nella formazione continua. Inoltre stipendi dignitosi e regolari hanno favorito stabilità e fidelizzazione del personale nel tempo».

Gli strascichi di una cattiva gestione

«Stiamo ancora facendo i bilanci di quello che il Covid ci ha lasciato, uno strascico da un punto di vista etico e umano che vedremo sul lungo termine e che le vecchie generazioni di imprenditori ancora non hanno metabolizzato», questa la visione di Ciccio Vitiello (Cambia-Menti, Caserta), che risponde al problema attuale con un ecosistema sociale, sostenibile e umano in cui la persona con i suoi diritti e la sua felicità è al centro anche del sistema lavorativo.

«La mancanza di personale – continua Vitiello – a mio avviso è consequenziale a una cattiva gestione e a un basso costo del lavoro nell’epoca pre-covid. Ora dobbiamo puntare ai giovanissimi, formare e creare connessione con i ragazzi usciti dalle scuole. Sono loro la nostra speranza di cambiamento».

Altro esempio virtuoso possibile ce lo offre Renato Bosco nella sua pizzeria a Verona che si sofferma sulla crisi dei valori: «s’impone un cambio di pensiero totale per riformulare il sistema. Serve più empatia, andare incontro al personale, ci dobbiamo calare nella loro realtà e ascoltare i loro bisogni, così possiamo rendere vivibile la pizza e la pizzeria, evitare la migrazione e infondere passione. La nostra ricetta è una formazione più orizzontale con inversione di ruoli, dove sala e cucina si studiano e si confrontano per poter avere le chiavi di lettura dell’intero progetto». Ancora una volta il fattore umano è l’elemento vincente.

Il Gambero Rosso

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