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25 aprile tra revisionismi e provocazioni: quando l’ignoranza diventa arma politica

Il 25 aprile, ogni anno, torna a dividere l’Italia. È una data che dovrebbe unire, perché segna la fine della dittatura fascista e la riconquista della libertà, ma continua invece a essere terreno di scontro politico e identitario. E non è un caso: il nostro Paese non ha mai davvero chiuso i conti con il proprio passato, e così quella giornata resta una lente attraverso cui si misurano differenze, nostalgie, rimozioni.

Negli ultimi anni il dibattito si è fatto ancora più acceso. Da un lato c’è la narrazione istituzionale, diventata più chiara e lineare: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preso una posizione netta sul significato del 25 aprile. Ha riconosciuto senza giri di parole la natura oppressiva del fascismo, la negazione delle libertà fondamentali, il valore della Liberazione come momento fondativo della democrazia repubblicana. Un tono che fotografa un tentativo di normalizzazione e di distacco da un passato che ancora pesa sull’identità della destra italiana.

Eppure, nonostante questo passo, le frange più radicali continuano a muoversi in controtendenza. Sono ambienti che non hanno mai accettato completamente il giudizio storico sul Ventennio e che preferiscono rileggere il 25 aprile come un regolamento di conti politico, come la fine di una guerra civile più che come una liberazione nazionale. Una reinterpretazione che nega il carattere totalitario del fascismo, riducendolo a una semplice stagione politica e ignorandone le responsabilità profonde.

Da dove nasce questa resistenza? C’è una componente identitaria: quelle frange si definiscono anche attraverso la memoria ribaltata del passato, un passato che diventa un feticcio da proteggere. C’è poi un conflitto sulla memoria collettiva, mai davvero risolto: in Italia la storia del Novecento è ancora terreno di narrazioni contrapposte, spesso più emotive che documentate. E infine c’è una dinamica politica: mantenere aperta la ferita del 25 aprile consente a certe minoranze di alimentare un ruolo antagonista e di occupare spazi mediatici altrimenti marginali.

Il caso Vannacci

Quest’anno a riaccendere la discussione è stato Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale. «Il 25 aprile io festeggio San Marco», ha dichiarato, richiamandosi al patrono di Venezia. «Quando la Liberazione diventerà una festa unitaria, che unisce tutti gli italiani, scenderemo in piazza tutti quanti», ha aggiunto. In un’intervista all’Adnkronos ha poi ribadito l’idea di una “riconciliazione” che onori «tutti i caduti, al di là delle divise», confermando che non avrebbe celebrato il 25 aprile.

Parole che, nel pieno delle celebrazioni per la Liberazione, suonano come una presa di distanza simbolica e politica. Un gesto che si colloca dentro quel filone revisionista che continua a scivolare su un terreno pericoloso: quello dell’equiparazione tra oppressori e oppressi, tra chi combatteva per restaurare una dittatura e chi rischiava la vita per riconquistare la libertà.

L’ondata di fake news: il veleno che torna puntuale

E poi c’è il solito rituale stanco e tossico: ogni 25 aprile, insieme alle celebrazioni, spuntano i contenuti fake che infestano il web come erbacce. Bufale, manipolazioni, ricostruzioni deliranti della storia diffuse da chi non ha alcun interesse nella verità ma solo nel creare caos. E il problema non è che queste falsità esistano: la disinformazione è vecchia quanto la propaganda. Il vero problema è che trovano terreno fertile in un’ignoranza coltivata e rivendicata.

Ed è qui che l’indignazione diventa inevitabile. Non si può mettere sullo stesso piano anni di ricerca storica e meme complottisti. Non si può accettare che la storia diventi un supermercato da cui ognuno prende ciò che gli conviene. E non si può tollerare che l’ignoranza venga trasformata in identità politica, in bandiera, in arma di scontro pubblico.

Il 25 aprile non è un’opinione. Non è un salotto televisivo. Non è un simbolo da piegare alle esigenze del momento. È una linea di demarcazione morale. Lo capisce chi la storia l’ha studiata, chi la conosce, chi la rispetta. Non lo capisce chi preferisce farsi sedurre dalle scorciatoie del web, trasformando la propria disinformazione in un megafono pericoloso.

Ed è questo, davvero questo, che dovrebbe indignare: non la semplice esistenza delle bugie, ma la disponibilità dilagante a crederci. Perché quando si smette di distinguere la verità storica dalla propaganda, la democrazia stessa comincia a scricchiolare. E il 25 aprile serve anche a ricordarci esattamente questo: cosa succede quando si perde di vista la realtà.

N.B.

 

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