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Capaci, 34 anni dopo: la strage che voleva uccidere lo Stato e ha acceso la rivolta contro le mafie

Trentaquattro anni fa il tempo in Italia si fermò alle ore 17:58 di quel 23 maggio 1992. Un boato spaventoso squarciò l’autostrada A29 all’altezza dello svincolo per Capaci. Cinquecento chili di tritolo, azionati da un telecomando, fecero saltare in aria la Fiat Croma bianca su cui viaggiava il magistrato Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e la vettura della scorta con a bordo gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Nacquero la Procura Nazionale Antimafia, la DIA e il rigido regime del 41-bis. Le lenzuola bianche appese ai balconi di Palermo diventarono il simbolo di un Paese che si ribellava alla violenza della criminalità organizzata.

IL TRIBUTO DELLE ISTITUZIONI E L’OMBRA DELLE VERITÀ INCOMPLETE

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato così “Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino, ci hanno insegnato che la mafia finirà grazie a istituzioni salde, ad azioni di contrasto efficaci e coerenti, con un impegno educativo che sappia far crescere la fiducia in un domani da costruire insieme. L’eredità di Falcone e Borsellino costituisce un patrimonio etico e civile che appartiene alla nostra democrazia. Pegno consegnato anzitutto alle generazioni più giovani”.

In un lungo intervento pubblicato oggi su Il Foglio, la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, ha puntato il dito contro “troppe ombre, troppi interrogativi irrisolti, troppe verità incomplete sulle stagioni delle stragi. E soprattutto permane una presenza criminale ramificata e mutevole, capace di infiltrarsi nell’economia legale, nei territori più fragili, nel lavoro povero e precario, nelle imprese in difficoltà”.

“Le mafie cambiano volto, ma non natura. Continuano a prosperare dove arretrano i diritti, dove cresce la solitudine sociale, dove il lavoro perde dignità, sicurezza e prospettiva. Per questa ragione la lotta alla criminalità organizzata non può essere affidata soltanto all’azione repressiva, pur indispensabile, della magistratura e delle forze dell’ordine. Deve diventare una grande responsabilità collettiva”, rileva Fumarola. “È qui che il sindacato può e deve svolgere una funzione decisiva. Un’organizzazione radicata nei luoghi di lavoro e nelle comunità rappresenta un presidio concreto di legalità, contrastando sfruttamento, caporalato, lavoro nero e ricatti sociali. Legalità e coesione sociale camminano insieme. Dove ci sono occupazione stabile e sicura, salari dignitosi, servizi pubblici efficienti, istruzione e opportunità, le mafie trovano meno spazio per esercitare il proprio potere”, afferma la numero uno Cisl.

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