Era stato lui a donare il cuore al piccolo Domenico. O meglio, erano stati i suoi genitori a dire sì, nel momento più buio che una madre e un padre possano attraversare.
Moritz Gerstl aveva quattro anni. Era morto per annegamento nella nuova piscina comunale di Curon, inaugurata poche settimane prima in Val Venosta. Quel giorno era accompagnato dalla zia e dalla madre: affidato agli istruttori, sotto la sorveglianza del bagnino e la supervisione della responsabile dell’impianto. Poi l’allarme, la segnalazione di altri nuotatori, il corpo recuperato sul fondo della vasca. Il volo disperato in elicottero verso l’Ospedale San Maurizio. Una settimana di speranza sospesa. Poi la morte.
Nel dolore che toglie il respiro, i genitori scelgono di donare il cuore del loro bambino. Perché potesse continuare a battere nel petto di un altro figlio. Perché da una tragedia potesse nascere una possibilità di vita.
Il 23 dicembre, da quel lettino di Bolzano, il cuore di Moritz diventa disponibile al prelievo. La macchina dei trapianti si mette in moto. Le regole sono rigidissime: compatibilità immunologica, urgenza clinica, dimensioni toraciche, assenza di infezioni, condizioni generali del ricevente. Ogni passaggio è decisivo, soprattutto in età pediatrica, dove la disponibilità di organi è rarissima. Quel cuore non può andare perduto.
La destinazione è la Campania, l’Ospedale Monaldi. Lì c’è un bambino di due anni che aspetta: Domenico. Un piccolo grande lottatore, affetto da una grave cardiopatia progressiva e inesorabile. Per lui quel cuore rappresenta l’unica possibilità. Alla vigilia di Natale sembrava potesse compiersi un doppio miracolo: il dolore trasformato in speranza, una vita spezzata che ne salva un’altra. Per i genitori di Moritz, mantenere vivo quel cuore significava sentire ancora una presenza, un battito che non si arrende. Per la famiglia di Domenico, significava poter guardare al futuro. Ma quella storia, che aveva commosso e unito l’Italia intera, si è trasformata in un incubo. Il “cuore bruciato”, le indagini, le polemiche, le lacrime di un Paese che ha seguito ogni aggiornamento con il fiato sospeso. E poi la notizia che nessuno voleva leggere: Domenico non ce l’ha fatta.
Due famiglie distrutte, unite da un filo invisibile fatto di generosità e di speranza. Due bambini, due destini incrociati in pochi giorni che avrebbero dovuto profumare di Natale e che invece sono diventati simbolo di una tragedia che ha scosso l’opinione pubblica.
Resta la scelta immensa dei genitori di Moritz, quel sì pronunciato quando il mondo crolla. Resta il volto di Domenico, diventato il figlio di tutti. E resta una domanda che chiede risposte, mentre l’Italia continua a piangere quei due cuori, entrambi spezzati troppo presto.