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Gino Cecchettin dice no ai metal detector nelle scuole e spiega perchè

“Da genitore, io non vorrei vedere i metal detector a scuola”. Parola di Gino Cecchettin, papà di Giulia,  a Bologna per incontrare alcune centinaia di studenti delle scuole medie e superiori della città e della provincia. L’iniziativa è promossa da Radio Immaginaria e ha come fulcro l’abitudine, sempre più diffusa tra giovani e giovanissimi, di girare col coltello in tasca o nello zaino. Anche a scuola. In questo senso, Cecchettin boccia l’idea di installare questi sistemi di sicurezza e controllo negli istituti.

“La scuola è un simbolo di educazione e di rispetto- afferma- iniziare con i metal detector, magari può prevenire in quelle scuole dove ci sono già coltelli che girano. Però dobbiamo iniziare ancora prima, dall’infanzia, per capire che ci sono dei modelli di vita che portano alla felicità semplicemente senza prevaricare sull’altro”. Sulla questione, Cecchettin invita tutti gli “agenti educativi” a riflettere, “dalle istituzioni alle famiglie, per muoversi attivamente per fare qualcosa”.

Le istituzioni sono dunque “fondamentali- ragiona Cecchettin- a partire dall’ascolto dei ragazzi, perché è la prima cosa di cui hanno bisogno: essere ascoltati, capire le loro esigenze. E da lì iniziare un percorso comune”. Cecchettin mette in guardia anche da un “modello di maschio che vuole prevaricare, il capo della gang. E’ un’escalation che non finisce: inizia nelle palestre magari, con sport sempre più violenti, fino ad arrivare al coltello e poi alla pistola. Dobbiamo fermarlo, e dovremmo fermare anche tutti gli stereotipi che vengono comunicati alla tv, al cinema, nei cartoon, nelle canzoni che inneggiano questo modello. Perché poi è da lì che i ragazzi imparano”.

All’incontro con gli studenti di Bologna partecipano anche tre ragazzi usciti dal carcere Beccaria di Milano, accompagnati da don Claudio Burgio che li ospita nella sua comunità Kayros. Cecchettin, dopo averli sentiti parlare, li abbraccia. Le loro parole (“Non esistono ragazzi cattivi” e “Per colmare un vuoto non serve commettere dei reati”) lo hanno colpito. “Mi hanno fatto piangere- dice- anche Giulia la penserebbe così: è il contesto su cui bisogna lavorare. Anche Filippo (Turetta, l’assassino di sua figlia, ndr) aveva un bisogno. Chi commette queste cose ha un vuoto e su questo bisogna lavorare. Dobbiamo trovare il modo per chiudere questo vuoto. Molti vuoti che abbiamo dentro sono per rispondere alle aspettative degli altri.

La prima cosa da fare è conoscere se stessi e accettarsi, senza avere paura del giudizio degli altri”. E alla domanda di uno studente sulla vicenda che l’ha colpito, Cecchettin risponde così: “Parlavo spesso con Giulia, pochi giorni prima del fatto mi aveva detto di stare tranquillo perché Filippo non avrebbe fatto male a nessuno. Alcuni tipi di violenza hanno un’escalation che non ti aspetti. È importante, ai primi segnali, non concedere spazi e farsi aiutare”.

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