C’è una fotografia semplice: due persone che si amano, una cittadina italiana e un cittadino senegalese, sposate in municipio dal sindaco Andrea Saccarola, di Martellago un civilissimo paese veneto. E poi c’è ciò che quella foto ha scoperchiato: una tempesta di commenti razzisti, insulti disumani, volgarità lanciate come sassi da profili spesso anonimi. È l’ennesima cartolina dell’Italia digitale che si guarda allo specchio e non si riconosce: non più comunità, ma platea; non più dibattito, ma gogna.
Il sindaco ha fatto la cosa giusta: annunciare denunce. Perché no, questo non è “diritto di parola”. La libertà di espressione, nella nostra democrazia, non è licenza di ferire, disumanizzare, degradare. La Costituzione tutela le opinioni, non l’odio; protegge il dissenso, non l’istigazione contro persone per il colore della pelle, la fede, l’orientamento, l’origine. Chiamare le cose col loro nome è già metà della cura: questi non sono “leoni da tastiera”, sono razzisti. Punto.
Colpisce la sproporzione tra la realtà e il fango: una celebrazione civile, un atto d’amore e di cittadinanza, trasformato in bersaglio dalla solita minoranza rumorosa. E colpisce l’ipocrisia: molti insulti arrivano da lontano, da chi non conosce gli sposi né il sindaco. Non è indignazione locale: è un format, un algoritmo dell’odio che macina clic normalizzando il disprezzo. Questa è la vera “malattia sociale” che Saccarola denuncia: l’assuefazione. La rassegnazione all’idea che “sui social tutto è consentito”.
Non lo è. E non deve esserlo. Perché la linea che separa l’insulto dalla violenza non è un muro: è una china. Prima si sdogana la parola che ferisce, poi si tollera la minaccia, alla fine si gira la testa quando la violenza si materializza fuori dallo schermo. È già successo. Succede.
Bene, dunque, le denunce. Non per vendetta — come ricorda il sindaco — ma per igiene civica. Il diritto serve a proteggere i più deboli e a fissare confini: oltre quei confini, scattano responsabilità. La solidarietà trasversale arrivata da opposizione e maggioranza locali dimostra che su questo terreno non c’è colore politico che tenga: c’è solo la scelta fra civiltà e barbarie.
Ma la repressione, da sola, non basta. Servono comunità che reagiscono: perché gli insulti siano minoranza non solo numerica ma anche rumorosa. Rispondere con gli anticorpi della società: vicinanza agli sposi, visibilità alle storie che smentiscono i pregiudizi, segnalazioni puntuali.
Nel 2026 c’è ancora chi si scandalizza per la pelle di un marito o di una moglie. È un fallimento collettivo che non possiamo più raccontarci come folklore da tastiera. La diversità non è un problema da gestire: è la verità del nostro tempo, la sua ricchezza. Una città che celebra un matrimonio misto e difende i suoi cittadini dall’odio non compie un gesto “coraggioso”: compie il minimo costituzionale.
La foto di quei novelli sposi, invece, dice il massimo: che l’amore vince quando le istituzioni lo proteggono e la società lo accompagna. Tutto il resto, l’odio, i commenti, le minacce , è rumore. E il rumore, quando viola la legge, va spento. Con fermezza. Con dignità. Con la stessa serenità con cui due persone hanno detto sì, in Comune, davanti alla loro comunità.
N.B.