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Presunzione d’innocenza: perché spesso non vedete il nome degli arrestati negli articoli di cronaca nera

E’ sempre la solita storia, ogni volta che i giornali riportano la notizia di un arresto, i lettori sbraitano sui social perchè vorrebbero conoscere l’identità e magari il volto di chi è stato pizzicato dalle forze dell’ordine. Volano insulti ai giornalisti, come se questi sapessero nome e cognome di chi è stato arrestato o denunciato da polizia e carabinieri, fonti d’informazione ufficiale dei cronisti che grazie a loro, quasi sempre, riescono ad avere l’elenco dei fatti che accadono sul territorio. Questi lettori e utenti della rete, se sbraitano, forse non conoscono la presunzione d’innocenza:  il silenzio sull’identità dell’indagato che è una garanzia di libertà.

La presunzione d’innocenza è uno dei pilastri dello Stato di diritto. Non è un principio astratto, ma una tutela concreta che accompagna ogni persona dal primo sospetto fino a una sentenza definitiva. In Italia, come in tutti gli ordinamenti democratici, nessuno può essere considerato colpevole prima che un giudice lo accerti con una decisione irrevocabile. È per questo motivo che, nella fase dell’arresto cautelare, le forze dell’ordine non possono diffondere dettagli sull’identità dell’indagato. Pensate ad un errore giudiziario e pensate che i protagonisti siete voi.  La Costituzione italiana, all’articolo 27, stabilisce che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Questo principio è rafforzato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, più recentemente, dalla direttiva europea 2016/343, recepita in Italia, che impone agli Stati di evitare qualsiasi comunicazione pubblica che presenti una persona come colpevole prima del giudizio. La presunzione d’innocenza non protegge i colpevoli, ma tutti i cittadini. Serve a evitare che il processo si svolga sui giornali o sui social, invece che nelle aule di giustizia.

Arresto cautelare: una misura, non una condanna

L’arresto o la custodia cautelare non sono una pena. Si tratta di misure eccezionali adottate dal giudice per esigenze specifiche: pericolo di fuga, rischio di inquinamento delle prove o possibilità di reiterazione del reato. La persona arrestata è un indagato, non un colpevole.

Proprio perché la colpevolezza non è stata accertata, la legge impone grande cautela nella comunicazione. Rendere pubblica l’identità di un indagato, soprattutto nelle prime fasi dell’inchiesta, può produrre danni irreversibili alla sua reputazione, anche nel caso in cui venga successivamente assolto o l’indagine archiviata.

Perché le forze dell’ordine non possono dare dettagli

Le forze dell’ordine operano sotto la direzione dell’autorità giudiziaria e sono tenute al rispetto di regole precise nella comunicazione. La diffusione di nomi, immagini o elementi che rendano identificabile l’indagato è limitata per tre ragioni fondamentali:

  1. Tutela della dignità della persona
    Esporre pubblicamente un indagato significa spesso sottoporlo a una “condanna sociale” anticipata, difficile da cancellare anche in caso di innocenza accertata.

  2. Garanzia di un processo equo
    Una comunicazione sbilanciata può influenzare l’opinione pubblica e, indirettamente, il clima in cui si svolge il processo, mettendo a rischio l’imparzialità del giudizio.

  3. Protezione delle indagini
    Diffondere troppi dettagli può compromettere l’attività investigativa, favorire versioni distorte dei fatti o mettere in pericolo persone coinvolte, comprese vittime e testimoni.

Informare senza spettacolarizzare

Il diritto di cronaca resta fondamentale, ma deve convivere con il diritto alla presunzione d’innocenza. Per questo, le comunicazioni ufficiali si limitano spesso a indicazioni generiche: il tipo di reato contestato, il contesto dell’operazione, le misure adottate. Non è un atto di opacità, ma un equilibrio necessario tra trasparenza e diritti fondamentali.

Una civiltà giuridica da difendere

In un’epoca di esposizione mediatica permanente e giudizi sommari sui social, il rispetto della presunzione d’innocenza è una prova di maturità democratica. Accettare che le forze dell’ordine non divulghino l’identità degli indagati nella fase cautelare significa riconoscere che la giustizia non è vendetta, né spettacolo, ma un percorso rigoroso fondato su regole, garanzie e responsabilità. Difendere questo principio non significa essere indulgenti con il crimine, ma fedeli all’idea che la libertà e la dignità della persona valgono anche – e soprattutto – quando è più facile dimenticarle.

di Redazione AltovicentinOnline

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