- AltoVicentinOnline - https://www.altovicentinonline.it -

E se da domani sparissero improvvisamente i lavoratori stranieri?

La domanda, provocatoria, è al centro di una recente inchiesta del Corriere della Sera, che mette in evidenza una delle contraddizioni più profonde dell’economia italiana: abbiamo bisogno di manodopera in numerosi settori, ma allo stesso tempo una quota molto elevata della popolazione in età lavorativa non è occupata.

Bar, ristoranti, pizzerie, alberghi, agricoltura, edilizia, logistica, consegne e soprattutto assistenza alle persone sono tra i comparti nei quali la presenza di lavoratori stranieri è diventata particolarmente importante.

Secondo la ricostruzione del Corriere, un’uscita improvvisa di questa forza lavoro provocherebbe forti difficoltà organizzative: molte attività avrebbero problemi a trovare personale, alcune sarebbero costrette a ridurre il servizio e altre potrebbero persino rischiare la chiusura. Ma qui arriva il paradosso. Se abbiamo bisogno di lavoratori stranieri, perché non riusciamo a utilizzare pienamente la nostra stessa forza lavoro?

Il problema emerge chiaramente dai numeri citati nell’inchiesta.

Nel 2024 il tasso di occupazione italiano viene indicato al 62,2%, contro il 70,8% della media europea. Il divario è particolarmente significativo tra le donne, tra i lavoratori più anziani e soprattutto tra i giovani. Nella fascia 15-24 anni, secondo i dati riportati dal Corriere, lavora appena il 19,7% dei giovani, contro circa il 35% della media europea.

E poi ci sono i Neet, ragazzi che non studiano e non lavorano: nel 2025, secondo l’inchiesta, rappresentano il 15,2% dei giovani tra 15 e 24 anni, contro il 9% della media UE. Numeri che raccontano un problema molto più complesso della semplice contrapposizione tra italiani e stranieri.

Ma perché tanti lavori non vengono scelti?

Qui entra in gioco un’altra questione: i salari e le condizioni di lavoro. È facile sostenere che gli italiani non vogliano più fare determinati lavori. Più difficile è chiedersi perché quei lavori siano spesso poco pagati, precari, faticosi o caratterizzati da orari poco compatibili con la vita familiare. L’inchiesta del Corriere mette sul tavolo anche questo problema: se un’impresa riesce a trovare facilmente manodopera disponibile, può avere meno incentivi ad aumentare salari e condizioni contrattuali.

Ma il fenomeno non si può spiegare soltanto con questo. C’è un problema di formazione, di produttività, di salari, di politiche familiari, di partecipazione femminile al lavoro e di transizione dei giovani dalla scuola all’occupazione.

E gli immigrati?

Anche qui i numeri vanno letti con attenzione. Il dato Istat dei cittadini stranieri residenti è di circa 5,6 milioni. Il Corriere sottolinea però che negli ultimi anni oltre due milioni di persone hanno acquisito la cittadinanza italiana e che esiste inoltre una componente di stranieri irregolarmente presenti, oggetto di diverse stime. Non sono però categorie che possono essere semplicemente sommate: chi acquisisce la cittadinanza diventa statisticamente italiano, mentre gli irregolari non sono conteggiati nello stesso modo della popolazione residente. La questione dell’immigrazione, quindi, non può essere affrontata soltanto attraverso un numero complessivo. Bisogna guardare anche a chi lavora, dove lavora, quanto guadagna, quali contributi versa e quali servizi utilizza.

Il vero problema è strutturale

La tesi più interessante dell’inchiesta del Corriere della Sera non è, in fondo, quella secondo cui gli stranieri “tolgono il lavoro” agli italiani. È quasi l’opposto.

L’economia italiana è diventata dipendente da una consistente disponibilità di lavoratori stranieri proprio mentre continua ad avere uno dei tassi di occupazione più bassi d’Europa. Questo significa che il problema non si risolve semplicemente scegliendo tra “più immigrati” o “più italiani al lavoro”. Occorre affrontare contemporaneamente entrambi i problemi: come aumentare l’occupazione degli italiani e come garantire alle imprese la manodopera di cui hanno bisogno.

E questo significa parlare di salari, contratti, formazione, scuola, politiche familiari, servizi per l’infanzia, pensioni, produttività, lavoro irregolare e immigrazione regolare.

La vera domanda, allora, non è soltanto: “Perché arrivano così tanti lavoratori stranieri?” Ma anche: “Perché l’Italia, nonostante abbia bisogno di lavoratori, continua ad avere così tante persone in età lavorativa fuori dal mercato del lavoro?”

È una domanda alla quale la politica, prima o poi, dovrà dare una risposta.

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su: