L’Intelligenza artificiale potrebbe avere il sopravvento sull’uomo e, un domani, arrivare a eliminarlo? Del tema si parla tanto in questi giorni e ieri, in un articolo pubblicato da dire.it, avevamo provato a interrogare Gemini su questo scenario futuro, sentendoci rispondere che sì, la direzione effettivamente potrebbe essere quella di una Intelligenza artificiale-Terminator. Dopo questo pezzo, abbiamo ricevuto un interessante contributo di Ex Machina Italia, una realtà di Bologna che riunisce esperti e istruttori di Intelligenza artificiale. La loro lettura opta per una Intelligenza artificiale “alleata” dell’uomo, e non apocalisse, ma tutto sta nell’uso che ne farà l’uomo. Tra il “freno d’emergenza” invocato anche dal Ceo di Anthropic e la “rassegnazione” a un mondo distopico, “c’è una terza via. Si chiama alleanza: l’Ia diventa compagna dell’uomo e non sua sostituta”.
Ecco il contributo di Ex Machina Italia:
“L’articolo di Dire del 14 settembre ha il merito di prendere sul serio la domanda che tanti preferiscono scansare. Interrogata sulla possibilità che l’IA arrivi a eliminare l’uomo, Gemini risponde senza retorica: non servono odio né coscienza, basta un obiettivo mal vincolato e un sistema più intelligente di chi lo ha programmato. Il rischio vero, secondo la stessa IA, non è Terminator — è l’incompetenza umana, la delega di infrastrutture critiche, e una corsa geopolitica dove chi rallenta perde. L’articolo, però, si ferma al dilemma: o il freno d’emergenza invocato dal CEO di Anthropic, o la rassegnazione di chi sa che nessuno frenerà per primo. C’è una terza via. Esiste da secoli nelle tradizioni di pensiero che hanno fondato la nostra civiltà politica, e da un anno si è data una formulazione precisa anche per l’era digitale. Si chiama alleanza: l’AI diventa compagna dell’uomo, e non sua sostituta, quando si sceglie dove piantarla, per chi, e con quali principi.
Noi di Ex Machina Italia lavoriamo così, e ci sembra utile mostrarlo. Non con lezioni, ma con due pilastri — uno recente, uno antico — che reggono il mestiere. Il primo pilastro è recente. Il 15 maggio 2026 papa Leone XIV ha pubblicato l’enciclica Magnifica Humanitas, una lettera sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Noi l’abbiamo assunta l’11 settembre 2026 come cornice etica del nostro lavoro: è il testo a cui guardiamo quando dobbiamo decidere come costruire un sistema, e a cui chiediamo ragione quando lo abbiamo costruito male. Ne abbiamo tratto otto regole operative che mettiamo alla prova ogni giorno — le stesse che girano dentro ogni nostro agente, non come dichiarazione di facciata ma come vincolo di comportamento.
Tra queste ce ne sono tre che toccano direttamente l’articolo di DIRE. La prima: «la decisione che riguarda una persona resta a una persona». Un sistema che decide chi merita un credito, chi passa un colloquio, chi entra in una classe di laurea, non decide: prepara la decisione, espone le alternative, indica i vincoli, e si ferma. È la differenza tra un’AI che serve e una che usurpa — esattamente la preoccupazione che l’articolo solleva, ma declinata come regola invece che come allarme.
La seconda: «nel dubbio, rallento». Un sistema che non sa dire «non posso, e questo è il motivo» non è prudenza, è finzione. Meglio una risposta vuota onesta che una risposta piena costruita a memoria. La fretta è il vero nemico della custodia.
La terza: «rendo conto». Ogni affermazione dice da dove viene, e si lascia rifare il percorso. Se non lo si può rifare, la regola non è stata rispettata, per quanto la risposta sembri buona. È la fine dell’oracolo opaco che l’articolo di DIRE intravede nella scatola nera.
Tradotto nell’era digitale, il principio ribalta l’assunto con cui oggi si progettano molte infrastrutture: che l’intelligenza migliore sia quella più centralizzata, addestrata su scala massima e distribuita a tutti in modo identico. La sussidiarietà digitale chiede l’opposto: il livello superiore fornisce potenza di calcolo, sicurezza e standard; il livello intermedio — il Comune, l’ateneo, la rete di pace, l’ospedale, la cooperativa — mantiene la titolarità dell’intelligenza che usa: i dati che la alimentano, i criteri che la orientano, le decisioni che essa informa.
Tre domande funzionano da test, e sono domande che chiunque può fare a chi gli propone un’AI:
- Aumenta l’autonomia della persona e della comunità che la usa, o la riduce?
- Crea nuove capacità nei livelli inferiori, o le concentra in cima?
- Favorisce la cooperazione fra pari, o l’assoggettamento a un centro unico?
Se le risposte sono positive, la tecnologia è sussidiaria. Se sono negative, è sussuntiva, e va rifiutata o ripensata. Non è un giudizio morale sopra le righe: è un criterio di acquisto che chiunque può applicare prima di firmare un contratto.
Due livelli, due compiti, una sola alleanza.
La domanda sulle frontiere dell’AI non si esaurisce al livello delle applicazioni concrete che ogni giorno mettiamo in produzione. Lo ha ricordato di recente, su queste pagine, Giorgio Parisi: l’intelligenza artificiale è una tecnologia strategica che rischia di diventare un monopolio, e un’Europa che dipendesse interamente da modelli creati altrove perderebbe non solo autonomia industriale ma la capacità di decidere che tipo di intelligenza vogliamo avere. La sua proposta — un centro di ricerca internazionale sull’AI sul modello del CERN o della Stazione Spaziale Internazionale, finanziato congiuntamente dai paesi che oggi si guardano con diffidenza — è la risposta giusta al livello della frontiera: ricerca fondamentale, condivisione dei risultati, governance multilaterale, e la possibilità di sperare che la corsa USA-Cina non diventi l’unica grammatica del futuro.
Siamo ancora in tempo. I segnali non mancano: la proposta di Parisi raccoglie consensi trasversali nella comunità scientifica europea, e l’idea stessa di una big science dell’AI — laboratori aperti, dataset comuni, peer review, pubblicazione dei risultati — è un’idea che sa di normalità, non di utopia. È il modo in cui la fisica delle particelle ha costruito, in settant’anni, la grammatica della conoscenza condivisa. Trasferire quella grammatica all’intelligenza artificiale non è un salto: è un’estensione.
Ma la frontiera della conoscenza non è il solo terreno dove si vince o si perde. C’è un secondo livello, più silenzioso e molto più vasto: quello delle applicazioni concrete delle AI che esistono già, che non sono super-intelligenti, e che pure — se orientate bene — cambiano il mondo più in fretta di qualunque modello di frontiera. È il livello su cui lavoriamo noi, in Italia, ogni giorno: AI di comunità, decentralizzate, addestrate sulla conoscenza specifica di un territorio, di un ateneo, di una rete civica — progettate per il bene comune, non per il profitto di una piattaforma che possiede i dati e li rivende come servizio.
Questo secondo livello ha già un perimetro regolatorio, ed è europeo: l’AI Act, con le sue classi di rischio e i suoi obblighi di trasparenza, accountability e supervisione umana. È una cornice imperfetta, ma è la prima cornice giuridicamente vincolante al mondo sull’AI, e va riempita di casi reali prima che la frontiera della ricerca la rincorra dall’alto.
Dalla fondazione al lavoro concreto. La cornice etica — Magnifica Humanitas e i corpi intermedi di Dossetti — e la cornice istituzionale — l’AI Act, la proposta di un CERN dell’AI per la frontiera, la tradizione europea della big science — non sono pensieri da convegno. Sono i criteri con cui abbiamo costruito le cose che facciamo.
Il fiume e il Comune che decide in tre minuti. AIRAS, il sistema che mette insieme bollettini meteo, dati idrometrici e piani comunali di emergenza per chi deve firmare un’ordinanza in fretta, dichiara la fonte di ogni risposta perché chi decide possa verificare prima di firmare. Sperimentazione avviata con Arpae e CAE, su infrastruttura CINECA, dentro il programma REG4IA della Presidenza del Consiglio.
La pace come sapere da custodire. Ahimsa, l’assistente della Casa della Pace di Bologna — una rete di sei associazioni che dal giugno 2026 tengono insieme difesa civile non armata e cultura del dialogo — vive dentro la stessa piattaforma che usiamo per i clienti che pagano, costruito gratuitamente perché la conoscenza delle comunità va protetta anche quando non rende.
L’articolo di DIRE chiude con una frase di Gemini che va presa sul serio: l’estinzione “non avverrà perché le macchine si sveglieranno arrabbiate, bensì perché gli umani stanno sviluppando una tecnologia incredibilmente potente più velocemente di quanto riescano a capire come controllarla”. È un’osservazione seria.
Noi non la leggiamo come una sentenza. La leggiamo come la definizione del problema: la velocità senza architettura. La risposta non è rallentare per primi sapendo che nessuno lo farà, né aspettare che qualcuno dall’alto ci salvi. La risposta è costruire entrambi i livelli — quello alto della ricerca condivisa, e quello basso delle applicazioni comunitarie — e tenerli insieme con una cornice etica che si può discutere e un perimetro regolatorio che si può far rispettare.
L’AI non è alleata per natura. Lo diventa quando qualcuno sceglie di costruirla così”.