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L’Italia che lavora parla sempre più straniero

Il mercato del lavoro italiano sta cambiando pelle. E a fotografare con chiarezza questa trasformazione è il XV Rapporto Annuale del Ministero del Lavoro, che mette nero su bianco un dato ormai strutturale: senza il contributo dei cittadini stranieri, una parte rilevante dell’economia nazionale semplicemente non reggerebbe.

Una presenza ormai strutturale

All’inizio del 2025, i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5,4 milioni, in aumento del 3,2% rispetto all’anno precedente. Una crescita costante che si concentra soprattutto nel Nord del Paese, dove risiede quasi il 60% della popolazione immigrata.
I motivi di ingresso raccontano una realtà composita: i ricongiungimenti familiari restano la prima causa (39%), ma colpisce il peso dei permessi legati alla protezione internazionale (32%), nonostante un calo complessivo dei nuovi rilasci rispetto agli anni passati.

Occupazione record, ma il divario di genere resta profondo

Il 2024 è stato un anno positivo per l’occupazione complessiva e il contributo dei lavoratori stranieri è stato decisivo. Oltre 2,5 milioni di occupati, più del 10% della forza lavoro totale, portano oggi un passaporto non italiano.
Dietro questo dato incoraggiante, però, si nasconde una frattura evidente. Gli uomini non comunitari registrano un tasso di occupazione molto elevato (75,2%), mentre le donne si fermano al 46,5%. Un divario di quasi 29 punti percentuali che segnala quanto l’integrazione lavorativa femminile resti una delle grandi questioni irrisolte.

I settori chiave: agricoltura, edilizia e commercio

Gli stranieri lavorano soprattutto dove la manodopera scarseggia. Costruzioni e commercio trainano la crescita occupazionale, ma è l’agricoltura a fornire il dato più emblematico: mentre il numero di lavoratori italiani crolla, quello dei cittadini non comunitari cresce del 10,5%.
Eppure, il sistema non funziona ancora a pieno regime. Oltre la metà delle imprese (54,7%) dichiara di non riuscire a reperire i profili stranieri necessari. Un paradosso che mette in luce un problema di “matching” tra domanda e offerta, fatto di burocrazia, tempi lunghi e percorsi di ingresso poco aderenti ai reali bisogni produttivi.

Non solo lavoratori dipendenti: cresce l’imprenditoria straniera

C’è poi un’Italia meno raccontata, fatta di micro-imprese e iniziativa individuale. Nel 2024 le imprese individuali guidate da cittadini non comunitari hanno raggiunto quota 392.751. Sono spesso attività con un solo addetto, ma rappresentano un tessuto economico vitale, particolarmente attivo nel noleggio, nell’edilizia e nei servizi di supporto alle imprese. Un segnale di intraprendenza che smentisce l’idea dello straniero come semplice manodopera subordinata.

Sicurezza sul lavoro e welfare: le ombre

Accanto alle luci, il rapporto segnala criticità serie. Nel 2024 si sono registrati oltre 118.000 infortuni sul lavoro che hanno coinvolto cittadini stranieri. Ancora più allarmante il dato sui decessi: il 21% del totale nazionale riguarda lavoratori di origine straniera. Numeri che interrogano sulla qualità dell’inserimento lavorativo e sulle condizioni di sicurezza nei settori più esposti.
Sul fronte previdenziale, il contributo degli extracomunitari al sistema è significativo, ma il ritorno in termini di prestazioni è ancora minimo: solo lo 0,8% delle pensioni IVS è oggi percepito da cittadini non comunitari. Un dato destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione residente e che impone una riflessione di lungo periodo.

La sfida dei prossimi anni

Il quadro che emerge è chiaro: l’Italia ha bisogno dei lavoratori stranieri, oggi e ancora di più domani. Non solo per sostenere la crescita economica, ma per garantire l’equilibrio del sistema sociale e previdenziale.
La vera sfida non è più numerica, ma qualitativa: trasformare una presenza ormai indispensabile in un’integrazione solida, sicura e fondata sulle pari opportunità. È su questo terreno che si giocherà una parte decisiva del futuro del lavoro nel nostro Paese.

di redazione AltovicentinOnline (fonte XV Rapporto del Ministero del Lavoro)

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