di Nicola Perrone
Da una parte il presidente Trump e il suo ministro della Guerra Hegseth, impegnati in una nuova crociata contro gli “infedeli”, sicuri che il loro dio benedica la loro parte; dall’altra Papa Leone XIV, che li attacca, dottrina cristiana alla mano: Dio non è mai dalla parte di chi scatena guerre e uccide, né di chi usa la forza militare per imporre il proprio volere agli altri. Trump, che subito dopo essere stato ferito all’orecchio si definì “unto dal Signore”, ha classificato le critiche come attacchi personali. Papa Leone andava rimesso in riga. Così, suoi zelanti funzionari hanno pensato di “avvisare” il Vaticano convocando il nunzio apostolico negli Stati Uniti — un diplomatico di fatto — al Pentagono, la sede centrale del potere militare.
Il messaggio doveva arrivare subito, preciso e chiaro: siamo la potenza militare più forte del mondo, possiamo fare quello che vogliamo; quando decidiamo di intervenire voi dovete benedire e basta. Non hanno messo in conto che a Papa Leone XIV nessuno potrà mai far benedire una guerra “armi alla mano”. Lo scandalo è scoppiato e, subito dopo, funzionari altrettanto zelanti dell’amministrazione hanno cercato di silenziare, ridimensionare, scaricare sui giornalisti. Il Pentagono ha ridimensionato l’accaduto: per loro il confronto è stato “rispettoso” . Il nodo centrale è che, nel momento in cui Trump fonda tutto il suo potere sulla forza militare, non può avere contro il Papa, il rappresentante di un’autorità morale globale. In alcune cronache giornalistiche si fa riferimento anche alla minaccia di provocare una sorta di “scisma”, ossia di portare le comunità di “credenti in Trump” verso altra Chiesa. Una minaccia, però, caduta nel vuoto. Papa Leone XIV continua a denunciare chi ricorre alla “diplomazia della forza”, condannando guerre e raid e invitando addirittura i cittadini americani a fare pressione per la pace.
L’elenco delle azioni contestate è ormai lungo: interventi militari in Iran e Venezuela, minacce alla Groenlandia con guerra evocata, la stretta sui migranti con le deportazioni e i raid dell’ICE con vittime civili. Insomma, negli Stati Uniti la Chiesa cattolica appare nettamente all’opposizione rispetto al governo Trump. Dietro c’è anche lo scontro tra due fazioni cattoliche: una che fa capo al vicepresidente Vance, più isolazionista e meno interventista, che vorrebbe mantenere un buon rapporto con il Vaticano; e quella del “falco” Hegseth, il ministro della Guerra, che ogni volta che parla invoca la potenza distruttiva dio a sostegno dei suoi “guerrieri” contro i ‘cani infedeli’. Al momento Vance appare isolato. Molto dipenderà dal risultato che riuscirà a ottenere nelle prossime ore nel negoziato diretto con l’Iran. Hegseth, invece, non vede l’ora che fallisca. D’ora in avanti, man mano che ci avvicineremo alle elezioni di metà mandato, lo scontro “di religione” diventerà sempre più acceso.
Da una parte i seguaci del cristianesimo “trumpiano” (nazionalismo cristiano), che vedono Dio come garante della nazione e della guerra, con una religione subordinata alla politica nazionale e una forte componente identitaria; dall’altra il cattolicesimo universale di Papa Leone XIV, non nazionale, con al centro la continua ricerca e difesa della pace e della dignità umana: autorità morale sopra gli Stati. Quello a cui stiamo assistendo — e che avrà ripercussioni anche da noi, prima o poi — è uno scontro sistemico, non un mero incidente diplomatico: una collisione tra due modelli di ordine mondiale. È un triplo conflitto geopolitico: USA contro Vaticano; interno agli USA tra due cristianesimi; su chi definisce cosa sia bene e giusto nel mondo.