“All’inizio è stato difficile. Le provavo tutte ma non funzionava niente”. Veronica Scaffidi è una giovane insegnante di scuola primaria di Roma. Cinque anni fa il suo primo incontro con Gabriele (nome di fantasia): è la sua insegnante di sostegno. Gabriele non sta mai fermo in classe. Né la scuola né la famiglia riescono a trovare la chiave.
La svolta è arrivata “quando ho capito che era necessaria una strategia differente – dice Scaffidi -, bisognava soprattutto “smettere di chiedergli di stare fermo. Iniziare a lavorare sui suoi interessi”.
E allora Veronica e Gabriele, a scuola, iniziano a correre. Corrono, corrono. E per Gabriele la corsa è sfogo ma anche apprendimento. E la chiave è la fiducia. “Il corpo e il dialogo sono diventati i miei strumenti didattici”, dice l’insegnante. E la complicità con la famiglia è determinante: “La collaborazione è una delle chiavi del cambiamento”, dice. “Quando ho capito la strada da intraprendere, la mamma è sempre stata pronta a creare coerenza tra scuola e famiglia”.
Il numero delle diagnosi dei disturbi dell’apprendimento in Italia è in crescita: non è una epidemia, ma l’emersione di un fenomeno rimasto a lungo invisibile. “Adhd, ma anche dislessia, disortografia, discalculia e disgrafia sono tra i disturbi più frequenti”, dice all’ANSA la neuropsichiatra infantile Roberta Penge.
Diagnosi tardive
“I disturbi specifici dell’apprendimento interessano dal 5 al 6% della popolazione in età scolare, l’Adhd almeno il 3%”, precisa la neuropsichiatra infantile Roberta Penge. “Non sono gravi, ma se non riconosciuti in tempo possono compromettere la vita scolastica ed emotiva dei bambini e delle bambine”.
La crescita dei casi non dipende da abuso diagnostico ma da maggiore consapevolezza. “Dieci anni fa all’università La Sapienza avevamo 180 studenti con Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento); nell’ultimo anno accademico sono arrivati a essere oltre 2300”, spiega Penge. Non sono aumentati i disturbi, ma i professionisti che li riconoscono.
La maggiore sensibilità porta all’aumento dell’attenzione anche sull’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, spesso intrecciato con difficoltà di apprendimento e di comportamento.
In Italia l’età media per la diagnosi di Adhd è fra i 9 ed i 10 anni. “Dovremmo riuscire a individuarlo prima, già in età prescolare”, avverte Pietro De Rossi, medico che si occupa di percorsi diagnostici e terapia farmacologica riservati all’Adhd all’interno di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale Bambino Gesù di Roma.
“Bisogna ricordare che al momento non esiste nessun singolo test che possa far diagnosticare da solo l’Adhd”. La conferma del disturbo, dice, si può ottenere solo attraverso una metodologia clinica, ovvero basandosi su un’osservazione accurata del comportamento e del funzionamento del bambino o della bambina nel tempo.
Negli ultimi dieci anni, dice Stefano Vicari, responsabile di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Bambino Gesù di Roma, gli accessi al pronto soccorso pediatrico per disagio psicologico sono fortemente aumentati. “Nel 2013 accoglievamo in pronto soccorso circa 240 bambini e ragazzi l’anno, 3-4 alla settimana. Prima della pandemia siamo arrivati a oltre quota 1000, quindi circa 3 al giorno e negli ultimi tempi (dati del 2024) a oltre 1800: quasi cinque accessi al giorno”.
Negli Adhd tutto è esasperato, avverte Vicari, e “la forte conflittualità può portare anche a dei comportamenti che possono assumere condizioni particolarmente pericolose, come l’autolesionismo, il farsi del male, o aggressioni nei confronti degli altri”.
“Identificare una condizione come l’Adhd in epoca precoce, cioè già in età prescolare quando comincia a manifestarsi, è il modo migliore per poterla trattare immediatamente ed evitare questa evoluzione”, conclude.
Ansa