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“Fare il saluto romano non è sempre reato”: lo spiega l’avvocato

a cura dell’avvocato Angelo Greco
Milano, 29 aprile 2019. Un corteo per Sergio Ramelli, uno che chiama il «presente», braccia tese che rispondono.
Ventitré persone a processo. Assolte in primo grado. Assolte in appello.
Lo stesso gesto, in altre commemorazioni, è costato condanne. Alcune definitive.
Prima di indignarvi in un senso o nell’altro, leggete la norma. È l’articolo 5 della legge 645 del 1952, la legge Scelba: «Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione sino a tre anni e con la multa da 206 a 516 euro».
Letta così, sembra che basti il braccio. E invece no.
Il reato sta dentro una legge che ha un solo scopo, scritto nel titolo e nel primo articolo: impedire la riorganizzazione del partito fascista. Da decenni la Cassazione legge l’articolo 5 con quel filtro. Il gesto è punito quando mette in pericolo quello scopo. Non in astratto. In concreto.
Le Sezioni Unite lo hanno scritto nero su bianco con la sentenza n. 16153 del 2024: il saluto romano in una commemorazione è reato se, in quel luogo e in quel momento, c’è un pericolo concreto che la cosa serva a ricostruire il partito. Se ci sono altri presupposti, può entrare in gioco anche la legge contro le manifestazioni discriminatorie.
Traduco: il giudice non deve guardare solo il braccio. Deve guardare la piazza.
Quante persone. Chi le ha convocate. Se c’erano volantini, iscrizioni, simboli di un’organizzazione che esiste e recluta. Se il rito era un rito, chiuso in se stesso, o la vetrina di qualcosa che continua dopo.
A Milano i giudici hanno trovato il simbolo, e lo hanno detto: quel saluto è fascista. Non hanno trovato il resto. Niente proselitismo, niente attività organizzativa, niente che facesse di quel corteo un pezzo di una ricostruzione. Il pericolo, nella loro valutazione, non c’era. Quindi niente reato.
Altrove, altri giudici, davanti a gesti identici, hanno trovato il resto. E hanno condannato.
Un conto è il gesto. Un conto è il pericolo. La legge punisce il secondo, e il secondo non si vede nella foto, si vede nel fascicolo.
Per questo due braccia tese, uguali al millimetro, possono finire una in archivio e l’altra in una sentenza di condanna. Non è un giudice buono e uno cattivo. È una norma che chiede di pesare un contesto, e i contesti non pesano mai uguale.
Chi vuole una regola che vale per tutti allo stesso modo ha un argomento: così il cittadino non sa prima cosa rischia. Chi vuole il pericolo concreto ha l’altro: così non si manda in carcere nessuno per un gesto vuoto.
La legge Scelba ha scelto la seconda strada nel 1952. Settantaquattro anni dopo, i tribunali stanno ancora misurando le piazze.
Fonte, pagina facebook dell’avvocato Angelo Greco
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