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La famiglia perfetta non esiste: l’esperta Stefania Andreoli smaschera le ombre nascoste dentro le nostre case

Ha rilasciato un’intervista molto scomoda, ma che dice chiaramente che dietro l’immagine impeccabile delle “famiglie perfette” si nasconde un territorio fragile, fatto di narcisismi, distanze emotive e violenze silenziose. È questo il nucleo di Un’ottima famiglia, il romanzo d’esordio di Stefania Andreoli, psicoterapeuta e analista che da venticinque anni lavora con gli adolescenti e che ora sceglie la narrativa per raccontare ciò che vede ogni giorno nel suo studio. L’esperta, da qualche tempo volto noto televisivo, si è “confessata” sul Corriere della Sera e ha dato un sunto del suo libro.  La storia si apre con una scena sconvolgente: il piccolo Filippo Costa, otto anni, viene trovato in fin di vita nella taverna di casa. A ricostruire la vicenda è Giulia, 17 anni, amica di famiglia. Attraverso i suoi ricordi, spiega il Corriere, la famiglia Costa – modello di normalità borghese – si sgretola rivelando freddezze, meccanismi vuoti e contatti emotivi ridotti al minimo. Andreoli non costruisce un giallo tradizionale: l’obiettivo non è scoprire un colpevole, ma mostrare come il male possa crescere nei dettagli quotidiani, negli automatismi e nelle omissioni.

Nell’intervista al quotidiano, la psicoterapeuta afferma che il romanzo è volutamente duro verso gli adulti. Secondo lei, la vera crisi contemporanea è la crisi dei grandi: genitori incapaci di contenere, leggere e accogliere le emozioni dei figli, troppo preoccupati di apparire adeguati o di sentirsi confermati. I ragazzi, sostiene, meritano invece uno sguardo più indulgente perché agiscono dentro strutture emotive che non hanno costruito.

Andreoli insiste anche sull’importanza dell’educazione emotiva: provare solo emozioni “positive”, come molti genitori pretendono, è impossibile e disfunzionale. Rabbia, tristezza, paura,  dice,  fanno parte della crescita e devono poter esistere.

Il romanzo esclude volutamente i social come principale fonte di disagio: l’autrice, riferisce il Corriere, ritiene che il vero problema sia nelle relazioni familiari, talmente fragili da lasciare spazio a surrogati digitali. Il coltello usato nell’aggressione, racconta, è simbolico: un oggetto comune che impone il corpo a corpo, come molte dinamiche che si consumano tra le mura domestiche. Alla fine, nessuno dei personaggi è totalmente innocente o colpevole: ogni relazione, riuscita o fallita, produce effetti. E riconoscerlo, conclude Andreoli, è il primo passo per salvarsi.

di redazione AltovicentinOnline

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