La libertà dei media nel mondo attraversa “un allarmante deterioramento”, con ben cento Paesi su 180 che registrano un peggioramento negli indicatori: lo rivela il 25esimo Indice globale sulla libertà di stampa redatto da Reporter senza frontiere (Reporters sans frontières, Rsf). L’organizzazione sostiene che ora oltre la metà dei paesi rientra nelle categorie “difficile” o “molto grave” – le ultime due su cinque dopo “buona”, “piuttosto buona” e “problematica” – per quanto riguarda la libertà di stampa, avvertendo che “in 25 anni, il punteggio medio di tutti i 180 paesi e territori esaminati dall’Indice non è mai stato così basso”. Tale peggioramento per Rsf è da imputare alla “pressione politica sulla stampa”, che “si sta intensificando”, unita alle “crescenti tendenze autoritarie” e al “forte indebolimento del mercato dei media”.
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Rsf aggiunge: “Dal 2001, l’espansione di arsenali legali sempre più restrittivi, in particolare quelli legati alle politiche di sicurezza nazionale, ha progressivamente eroso il diritto all’informazione, anche nei paesi democratici. L’indicatore legale dell’Indice ha registrato il calo maggiore nell’ultimo anno, un chiaro segnale che il giornalismo è sempre più criminalizzato in tutto il mondo“.
Nelle Americhe, Rsf sottolinea il crollo di sette posizioni degli Stati Uniti – ora 64esimo -, mentre “diversi paesi latinoamericani sono sprofondati in una spirale di violenza e repressione”: l’Argentina scivola in basso di 11 posizioni, El Salvador ne perde otto, risultando rispettivamente 98esimo e 143esimo.
In cima alla classifica c’è l’Europa, con la Norvegia che si conferma al primo posto per il decimo anno consecutivo, seguita da Paesi Bassi, Estonia, Danimarca, Svezia, Finlandia, Irlanda, Svizzera, Lussemburgo e Portogallo.
L’Egitto, in 169esima posizione, apre “la coda” dei Paesi maglia nera, seguito da Bahrein, Azerbaijan, Russia, Turkmenistan, Vietnam, Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Cina, Corea del Nord e infine, Eritrea, in ultima posizione per il terzo anno di seguito.
L’ITALIA SCIVOLA DAL 49° A 56° POSTO: PESA ANCHE LA ‘LEGGE BAVAGLIO’
Le cose vanno male anche nel nostro Paese, che dal 49esimo posto scivola al 56esimo. Rsf spiega: “In Italia la libertà di stampa continua a essere minacciata dalle organizzazioni mafiose, soprattutto nel sud del Paese, e da vari piccoli gruppi estremisti violenti. I giornalisti denunciano inoltre i tentativi dei politici di ostacolare la loro libertà di informazione attraverso la ‘legge bavaglio‘, una ‘legge del silenzio’ che si aggiunge alle azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica – le cosiddette Slapp – prassi diffusa in Italia”.
Un’ottima notizia è la Siria, che nel primo anno del post-Assad scala 36 posizioni – da 177 a 141 – segnando “il miglioramento più significativo in termini di libertà di stampa tra tutti i paesi e territori inclusi nell’Indice 2026”.
MEDIO ORIENTE ‘DI SANGUE’: OLTRE 220 GIORNALISTI UCCISI A GAZA
Per Rsf, il Medio oriente si contraddistingue per la strage di giornalisti: “Da ottobre 2023, più di 220 giornalisti sono stati uccisi a Gaza dall’esercito israeliano, di cui almeno 70 mentre svolgevano il loro lavoro”. Mentre i Territori Palestinesi occupati passano dalla 163esima posizione alla 156esima, Israele ne perde quattro, da 112esimo a 116esimo.
Anche in Africa, guerre e conflitti sono tra i i principali fattori della scarsa libertà di stampa e dell’uccisione di giornalisti, a partire da Sudan e Sud Sudan. Nel Sahel, i paesi interessati da colpi di Stato hanno visto passi indietro in classifica: -37 del Niger, -5 del Burkina Faso e -2 del Mali, collocandosi rispettivamente in posizione 120, 121 e 110. Quanto alla regione dei grandi laghi, “i giornalisti vengono regolarmente incarcerati da diversi anni”. Nello specifico, la Repubblica Democratica del Congo è 130esima, il Burundi 119esimo e il Ruanda 139esimo.
Quanto all’Asia, le leggi sulla sicurezza nazionale minacciano i cronisti soprattutto in Myanmar (166esimo), Turchia (163esimoa), Hong Kong (140esimo) e Filippine (114esime), mentre in Giappone (62esimo) “la legislazione sui segreti di Stato continua a minare il lavoro dei giornalisti, soprattutto perché le garanzie per la protezione della riservatezza delle fonti e dell’indipendenza editoriale sono inadeguate”.
