Un anno, due anni, perfino tre anni di attesa per un esame medico. E poi, come se non bastasse, la beffa finale: sul foglio di prenotazione compare una frase gelida e burocratica, «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità». Una rinuncia mai avvenuta. Mai chiesta. Mai firmata. È questo lo squallido espediente che alcune Asl avrebbero adottato per aggirare la legge sulle liste d’attesa e “ripulire” le statistiche, scaricando sui pazienti la responsabilità dei ritardi.
Non si tratta di casi isolati. Secondo quanto denunciato dal quotidiano La Verità e rilanciato da Mario Giordano nella trasmissione Fuori dal Coro, almeno cinque persone hanno raccontato la stessa identica storia. E il sospetto è che siano molte di più, vittime silenziose di un sistema che approfitta della fragilità e della rassegnazione di chi ha bisogno di cure.
I casi raccontati fanno rabbrividire. Una madre di Ischia con un figlio affetto da un grave problema agli occhi si vede fissare un esame addirittura al 7 gennaio 2027. Sul documento ufficiale, però, risulta che lei avrebbe rifiutato una prima disponibilità. Falso. A Reggio Calabria una donna cardiopatica e invalida chiede una visita pneumologica il 7 settembre 2025: appuntamento fissato al 24 marzo 2026, con la solita dicitura fasulla di una rinuncia a ottobre. Ad Avellino, un uomo con una patologia cardiaca ottiene una visita a maggio 2026, ma nei registri dell’Asl risulta che avrebbe detto no a novembre 2025. Tutti raccontano la stessa cosa: non hanno mai rinunciato a nulla.
Il meccanismo è tanto semplice quanto cinico. Se il paziente risulta aver rifiutato la prima data disponibile, il ritardo non è imputabile all’Asl. Le statistiche migliorano, gli obiettivi risultano formalmente raggiunti e, su quei numeri, vengono assegnati premi e valutazioni positive ai dirigenti. Un gioco delle tre carte sulla pelle dei malati.
Il tutto avviene nonostante una legge precisa. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha fatto approvare una riforma sulle liste d’attesa, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio 2024, che prevede un principio chiaro: se il Servizio sanitario non riesce a garantire le prestazioni nei tempi stabiliti, il cittadino ha diritto a effettuarle in regime privato senza costi aggiuntivi. Una norma sacrosanta. Ma viene davvero applicata? Qualcuno può dire di averne beneficiato?
Lo stesso Schillaci, in una recente intervista al Corriere della Sera, ha ammesso di essere stato informato di queste pratiche grazie alle inchieste giornalistiche. Ha parlato di “comportamenti indegni” e ha promesso una vigilanza serrata sui vertici delle aziende sanitarie. Parole forti, che ora attendono fatti concreti.
Perché qui non siamo davanti a un semplice disservizio. Siamo davanti a una falsificazione amministrativa che colpisce i più deboli: malati, anziani, disabili. Persone che chiedono cure e ricevono in cambio una menzogna scritta nero su bianco. Se la sanità pubblica perde anche la verità dei suoi documenti, allora non è solo il sistema a essere malato: è la fiducia dei cittadini a essere stata operata senza anestesia.
N.B.