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Nove milioni di italiani non pagano un euro di Irpef. Ma i ristoranti sono pieni

a cura dell’avvocato Angelo Greco
Nove milioni di italiani non dichiarano nulla. Fantasmi per il fisco, ma vivi nei consumi. Ripensare le tasse è salvare i veri poveri.
Nove milioni. È un numero che se lo scrivi su un foglio, e lo guardi bene, ti fa paura. Nove milioni di persone che, per lo Stato, dal punto di vista delle tasse, semplicemente non esistono. Non versano un euro. Non dichiarano alcun reddito. Zero. A guardarli da lontano, nelle carte impolverate del fisco, sembrano un esercito di ombre, una moltitudine silenziosa scivolata fuori dai radar della repubblica.
Eppure, succede una cosa strana. Se tu esci per strada, queste ombre non le vedi. Vedi macchine, vedi centri commerciali pieni, vedi un Paese che consuma, che compra, che spende. L’Italia è un posto bellissimo e assurdo: un Paese ricco se gli guardi le mani, povero in canna se gli guardi le tasche dichiarate. Il Censis ha fatto i conti. Duecento miliardi di euro sottratti al fisco ogni anno. Un oceano di denaro che scorre sotto la terra, invisibile, silenzioso.
Ora, tu pensa a un patto. Il patto sociale. È una cosa semplice, in fondo. È l’idea che su questa nave ci siamo tutti, e per tenerla a galla ognuno deve portare un po’ d’acqua fuori dalla stiva. La Costituzione italiana lo dice con una freddezza che nasconde un cuore caldo: tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche. È il diritto che si fa morale. Ma se nove milioni di persone smettono di togliere l’acqua, la nave affonda. E sai chi affoga per primo? Non il furbo. Il furbo ha la scialuppa. Affoga chi non sa nuotare. Affogano i poveri veri.
Non è che la vita vada come i burocrati se la immaginano. Fanno le leggi, mettono i controlli, incrociano i dati sui computer. Ma la vita fa la sua strada. E l’evasione fa la sua. Anzi, si è incattivita. Perché nel frattempo, su questa nave, sono comparsi i bonus. I sussidi. Le esenzioni. E chi è che si mette in fila per prenderli? Proprio le ombre. Quelli che al fisco risultano nullatenenti. È un capolavoro di cinismo. Evadi le tasse, e in più ti prendi i soldi di chi le tasse le ha pagate. Evadi due volte. Rubare a un ricco è un reato; rubare ai poveri, mascherandosi da povero, è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio.
Giulio Andreotti, con quella sua ironia da sagrestia, diceva che gli italiani sono un popolo umile: lo dimostrano nella dichiarazione dei redditi. Faceva sorridere, un tempo. Oggi fa piangere. Perché il tempo non aspetta. Diventiamo vecchi, nascono meno bambini, il peso di mantenere tutti ricadrà su pochi, pochissimi disgraziati che ostinatamente continuano a dichiarare tutto. E sotto quel peso, si spezzeranno.
Ci vuole un guizzo. Un colpo di timone. Una cosa diversa.
La prima via di fuga è logica, matematica quasi. Spostare il peso. Togliere le tasse da ciò che le persone guadagnano e metterle su ciò che le persone comprano. Ridurre l’Irpef e alzare le imposte indirette. Perché l’ombra, il fantasma che non dichiara nulla, alla fine deve pur mangiare. Deve comprarsi la macchina, deve bere il caffè. Se tassi il consumo, tassi anche il fantasma. Lo tiri fuori dal buio. Lo costringi a partecipare al destino comune. Certo, bisogna farlo con una precisione chirurgica, altrimenti colpisci al cuore la povera gente vera. Ma se lo fai bene, è giustizia. È restituire equilibrio a un tavolo che pende tutto da una parte.
Poi c’è la seconda via. E qui il diritto deve fare un passo indietro e lasciare spazio all’anima.
Lo chiamano il “metodo Pellegrini”. Ernesto Pellegrini era il presidente dell’Inter, ma questo importa poco. Importa quello che fa la sua Fondazione. Offre pasti caldi a chi non ha niente. Gente precipitata nel buio della vita. Ma non li regala. Li fa pagare. Un euro.
Un euro solo.
Perché un euro? Che senso ha chiedere una moneta a chi non ha niente?
Ha un senso immenso. È il peso esatto della dignità.
Se io ti do una cosa gratis, io sono il padrone e tu sei il mendicante. Ti ho comprato. Ti ho umiliato, in un certo senso. Ma se tu metti sul bancone una moneta, anche la più piccola che hai, tu non sei più un mendicante. Sei un cliente. Sei un uomo. Hai pagato il tuo posto nel mondo.
C’è una teologia profondissima in questo euro. Il cristianesimo non ha mai amato l’elemosina che umilia. Ama la carità che riscatta. Ricordate la vedova nel Vangelo? Mette due spiccioli nel tesoro del tempio. I ricchi buttavano l’oro per farsi vedere. Lei mette due monete di rame. Gesù la guarda e dice: lei ha dato più di tutti. Perché ha dato tutto quello che aveva. Ha partecipato.
Tutto ciò che è completamente gratuito, in un Paese, nasconde un inganno. È pagato da qualcun altro, e alla lunga trasforma i cittadini in sudditi, in bambini viziati che pretendono senza dare. Applicare questo metodo, il costo simbolico, anche alla sanità pubblica, ai mille servizi che lo Stato eroga. Far pagare un euro. Il rumore di quella moneta sul metallo del bancone è il rumore del patto sociale che si rinsalda. È il cittadino che dice allo Stato: “Io ci sono. Faccio fatica, sono disperato, ma questo è il mio respiro. Questa è la mia parte”.
Non se ne esce altrimenti. Puoi avere tutte le leggi del mondo, ma se si spezza quel filo invisibile che ci lega gli uni agli altri, non c’è tribunale che tenga. Dobbiamo salvare le parole vere. La spesa sociale deve tornare a essere uno scudo per chi cade, non un bancomat per chi è furbo. Se non lo capiamo, finiremo per odiare anche l’idea di aiutare gli altri. Finiremo per credere che la solidarietà sia solo una truffa ben organizzata.
E quello, davvero, sarebbe un prezzo altissimo da pagare. Sarebbe la fine della nostra umanità. Sarebbe il buio perfetto, dove nessuna moneta, nemmeno quella di rame di una vedova, suona più.
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