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L’Italia pioniera dell’inclusione, ma oggi il 43% delle aziende ignora la legge sulla disabilità. Quando Schio fu modello

Negli anni ’70 l’Italia ha inventato l’inclusione. Oggi il 43% delle aziende non rispetta la legge

Negli anni Settanta l’Italia è stata un modello mondiale di inclusione. Con la legge Falcucci del 1977 è stato stabilito che le persone con disabilità non dovessero essere ghettizzate in classi o scuole speciali, ma inserite “nelle scuole di tutti”. L’anno successivo, con la legge Basaglia, il Paese ha iniziato a chiudere i manicomi, restituendo dignità e diritti alle persone con problemi di salute mentale. “Da lì è nata una cultura dell’inclusione che ci ha resi un modello”, ricorda il consigliere regionale Carlo Cunegato.

Una storia che passa anche da Schio, dove non sono mancati i pionieri. “Siamo orgogliosi che anche nel nostro territorio ci siano stati dei pionieri: a Schio, Orianna Zaltron, una delle prime terapiste occupazionali in Italia, e Antonio Saccardo hanno capito prima di molti altri che il lavoro è uno strumento straordinario di inclusione. Lavorare significa fare parte di una comunità, contribuire alla sua crescita”, sottolinea Cunegato.

A cinquant’anni di distanza, però, i dati raccontano un’Italia che si è fermata a metà del percorso. “Dei 49.000 posti di lavoro previsti per le persone con disabilità, solo 33.000 sono occupati. Il 43% delle aziende non rispetta nemmeno la legge che già esiste”, denuncia il consigliere. E dove l’inclusione dovrebbe iniziare attraverso tirocini protetti, spesso le condizioni sono ben lontane da un lavoro dignitoso: “E chi riesce a fare un tirocinio di inclusione viene pagato 2 euro all’ora, e non sempre per le 15 ore previste. Spesso si arriva solo a 9. Questo non è lavoro: è sfruttamento”.

Il tema è approdato anche in Consiglio regionale, con un progetto di legge sull’inclusione lavorativa delle persone con disabilità. Un testo che, secondo Cunegato, va impostato nella direzione giusta ma rischia di rimanere incompiuto: “Il Consiglio regionale si è occupato del tema con un progetto di legge sull’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, che va nella direzione giusta. Ma dalle buone intenzioni alle buone politiche il passo non è automatico: servono risorse vere. E questa legge, per ora, di risorse non ne porta”.

Per rendere effettivi i principi scritti nelle norme, Cunegato chiede un confronto diretto con chi lavora ogni giorno sull’inserimento lavorativo. “Ho chiesto di convocare in commissione Sanità un’audizione con i presidenti dei SIL veneti, per costruire un progetto serio di traghettamento verso i nuovi ATS”, spiega il consigliere, richiamando il ruolo fondamentale dei Servizi di Integrazione Lavorativa.

La preoccupazione, in questa fase di riorganizzazione, è che si indebolisca una rete che ha dimostrato di funzionare. “Perché i Servizi di Integrazione Lavorativa devono restare uniti e vicini ai centri per l’impiego: smontarli significherebbe perdere un presidio che funziona”, avverte Cunegato.

L’Italia che negli anni Settanta ha aperto la strada all’inclusione rischia così di restare intrappolata tra grandi principi e poche risorse. E, senza una vera assunzione di responsabilità da parte del mondo produttivo e delle istituzioni, quel passato da pionieri può trasformarsi – avverte Cunegato – in una storia “rimasta a metà strada”, dove diritti e opportunità per le persone con disabilità restano ancora troppo spesso sulla carta.

di Redazione AltovicentinOnline (foto anfas)

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