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Tribunale islamico a Padova: “incompatibile con i valori della nostra Costituzione”

Sette mesi senza clamore, poi un esposto, un fascicolo in Procura e il caso diventa nazionale. A Padova, un’associazione privata attiva da marzo si presenta sul proprio sito come tribunale sciaraitico, evocando decisioni con lo stesso effetto di una sentenza. italiana. L’avvocato Francesco Minutillo ha presentato un esposto e la Procura ha aperto un fascicolo: al momento senza indagati né un’ipotesi di reato formalizzata. Il fondatore, Omar Vanin, sostiene che non si tratti di un vero tribunale e che l’attività rispetti la legge italiana. L’unione delle comunità islamiche d’Italia ha preso le distanze dall’iniziativa.

La domanda, però, resta: dove finisce la libertà associativa e dove comincia il rischio di una giustizia parallela?

Arbitrato sì, sovranità privata no. In Italia l’arbitrato esiste ed è disciplinato dal codice di procedura civile. Le parti possono affidare determinate controversie a uno o più arbitri, ottenendo un lodo che produce effetti giuridici nei limiti previsti dalla legge. Ma non basta chiamarsi tribunale per diventarlo. Ma non solo. Nessuna associazione privata può attribuirsi poteri che spettano allo Stato. Non tutte le controversie sono arbitrabili e le decisioni devono rispettare i principi inderogabili dell’ordinamento italiano.

Il punto, dunque, non è semplicemente stabilire se un’associazione possa richiamarsi a principi religiosi. Occorre capire quali regole applichi, su quali questioni e con quali conseguenze, perché un conto è risolvere una controversia contrattuale con un arbitro scelto liberamente, un altro è pretendere di decidere su diritti indisponibili o alimentare pressioni sociali contro chi non accetta una determinata interpretazione religiosa. Anche una decisione priva di forza esecutiva statale, infatti, potrebbe esercitare un’influenza concreta all’interno di una comunità. Un rischio da valutare, non una responsabilità già dimostrata nel caso padovano.

Il precedente religioso che pochi ricordano
C’è un precedente che merita di essere ricordato: il 18 febbraio 1984, a Villa Madama, Bettino Craxi e il cardinale Agostino Casaroli firmarono l’accordo di revisione del Concordato tra Italia e Santa Sede, recepito con la legge n. 121 del 1985. Da allora, le sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale possono ottenere effetti anche nell’ordinamento italiano, ma soltanto dopo il controllo e il riconoscimento previsti dalla legge. Quindi, un giudice religioso decide, un giudice italiano verifica: non basta invocare un’autorità spirituale per produrre automaticamente conseguenze giuridiche nello Stato, servono regole precise e il rispetto dei principi del nostro ordinamento. Un meccanismo che esiste da quarant’anni. E che dimostra come il rapporto tra giustizia e religione non sia una novità assoluta. Ma il paragone con Padova finisce qui. Nel caso del Concordato esiste un accordo internazionale tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, mentre nel caso del cosiddetto tribunale islamico, si parla di un’associazione privata, che non può rivendicare automaticamente le stesse prerogative.

“La Sharia è incompatibile con i principi costituzionali e giuridici del nostro sistema di civiltà”, ha subito commentato Mario Bertolissi, emerito di diritto costituzionale dell’Università di Padova, spiegando che “la Sharia comprende fonti di carattere religioso, il mondo islamico subordina la politica alla religione. Noi, invece, abbiamo separato da secoli la politica dalla religione. Sono temi che non possono essere affrontati con improvvisazione. Chi ha deciso di avviare la Camera arbitrale islamica, lo può fare. Ma serve un intervento legislativo dello Stato che stabilisca cosa si può e si deve fare. Il perimetro deve stabilirlo la Repubblica. Se vogliono arrivare a dire che in Italia ci sono i tribunali islamici, bisogna precisarne i termini, per evitare un effetto valanga”.

di Redazione AltovicentinOnline
ph lanuovabq.it

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