Politica veneta tra fine-mandato, retroscena e satira (versione DEGHEIUS)
Il terzo mandato: quando la Costituzione fa la guastafeste
C’è una scena che la politica veneta recita meglio di qualunque compagnia di prosa:
l’uscita di scena che non è mai davvero un’uscita.
Luca Zaia è entrato nel “dopo” rimanendo, come sempre, nel “durante”.
Formalmente finisce un’era, sostanzialmente si apre il mercato dei ruoli.
Il terzo mandato si è trasformato da ambizione a archeologia costituzionale,
e a Zaia è rimasto il problema vero: scegliere il palco, non l’applauso.
DEGHEIUS: l’imbalsamazione del consenso (203.054, grazie… e adesso?)
Nel frattempo arriva la satira – che spesso è solo cronaca con più coraggio –
e il reel di DEGHEIUS gli mette in mano un pianoforte e un personaggio: Luca Z-AI-A.
È lì, “cantante” nostalgico e determinato, in mezzo a cimeli e simboli,
con una teca che custodisce il copricapo da Doge come fosse reliquia di governo.
E soprattutto con quel numero in targa: “203.054 Grazie, Presidente”.
Non un dettaglio scenografico: un promemoria politico.
Perché il punto è questo: Zaia non sta cercando un lavoro.
Sta gestendo un capitale.
E quando hai consenso “da museo”, il rischio è diventare un monumento.
Oppure usare il monumento come base operativa.
Venezia: la gondola non è una poltrona
Da qui l’articolistica: Venezia sì, Venezia no.
Roma sì, Roma no.
Venezia è la fantasia perfetta: il Doge che torna Doge, ma con le gondole.
Peccato che Venezia sia meno mito e più manutenzione: turismo, residenti, bilanci, attriti.
Un mestiere da trincea. Non da regia.
Roma: la versione premium del “dopo”
Roma, invece, è la versione premium del “dopo”:
meno grane quotidiane, più leve, più dossier, più “stampo nazionale”.
E, soprattutto, più possibilità di contare senza dover “rifare” la campagna elettorale in Veneto.
La terza via: regista in panchina con telecomando
Poi c’è la terza via, la più realistica e la più italiana:
non fare più il presidente, ma decidere chi lo fa.
Non stare in scena, ma scrivere il copione.
Il prete e la benedizione: successione o tutela?
Ed è qui che il reel satirico diventa micidiale:
entra il “prete” (Alberto Stefani), in chiesa, in assetto da liturgia.
Non è fede: è passaggio di consegne.
Non è confessione: è autorizzazione.
La gag è semplice: l’ex che canta, il nuovo che benedice. O subisce?
E il Veneto, intanto, che aspetta di capire se si tratta di successione o di tutela.
Coalizione: non è morale, è matematica
Perché la vera partita non è Zaia contro il destino.
È la coalizione che, senza Zaia candidato, deve riscoprire i propri equilibri.
E in Veneto gli equilibri non sono un fatto morale: sono un fatto aritmetico.
Zaia lo sa. Per questo non chiude mai una porta: la trasforma in “valutazione”.
E mentre tutti gli chiedono “cosa farà?”, lui fa la cosa più efficace: resta opaco.
L’opacità, in politica, è una forma di potere.
Finale: “’ndemo o stemo?” (ma non decide solo lui)
Quindi sì: Venezia può essere un’opzione.
Roma può essere un approdo.
Il ruolo di regista locale può essere il vero piano.
Ma la diagnosi è una: Zaia non sta scegliendo “cosa fare da grande”.
Sta scegliendo da quale posizione continuare a pesare.
E quel ritornello in dialetto – ’ndemo o stemo? –
alla fine sembra la domanda rivolta non a Zaia, ma al centrodestra veneto:
andiamo avanti senza il Doge, o restiamo a cercare il suo permesso?
Mauro Di Saltanizzo