Sono episodi diversi, ma la causa che li lega è sempre la stessa: le temperature estreme spingono milioni di condizionatori ad accendersi tutti insieme, nelle stesse ore, mettendo sotto pressione infrastrutture che non erano state pensate per reggere quel carico. IL PICCO
COSA MANDA IN CRISI LA RETE
Non è un problema di energia insufficiente. Secondo i dati diffusi da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, la domanda elettrica italiana è passata da poco più di 45 gigawatt il 15 giugno a oltre 58 gigawatt il 29 giugno: un balzo che in altri periodi dell’anno richiederebbe settimane e che invece si è consumato in una manciata di giorni. Lunedì 29 giugno, alle 16.30, la rete ha superato le previsioni della giornata (stimate a 55 gigawatt) toccando 58,21 gigawatt di potenza impiegata, il valore più alto registrato nel 2026. Il traino principale, spiegano gli operatori del settore, è la climatizzazione: quando le temperature superano certe soglie, l’aria condizionata resta accesa per gran parte della giornata e la domanda si concentra tutta nelle ore centrali e serali, proprio quando il caldo è più intenso.
IL VERO COLPEVOLE È SOTTO L’ASFALTO
UNA RETE PENSATA PER UN’ALTRA EPOCA
C’è poi un problema più strutturale, legato al modo in cui il sistema elettrico italiano è stato disegnato decenni fa: poche grandi centrali che producono energia e la distribuiscono verso i punti di consumo, in un flusso a senso unico. La diffusione di milioni di piccoli impianti fotovoltaici ed eolici ha introdotto flussi bidirezionali che la rete tradizionale non era stata progettata per gestire, mentre l’energia verde prodotta in eccesso nel sud del paese incontra colli di bottiglia nel risalire verso i grandi centri di consumo del nord. A questo si aggiunge la domanda crescente dei data center, che richiedono potenza costante ventiquattr’ore su ventiquattro, e quella dei nuovi elettrodomestici e dispositivi digitali che caratterizzano le case di oggi. Le grandi opere di potenziamento, compresi i nuovi elettrodotti, esistono già nei piani degli operatori di rete, ma richiedono anni di autorizzazioni e cantieri, un tempo molto più lungo di quello con cui procedono il cambiamento climatico e la crescita dei consumi.
Per affrontare l’estate 2026 i gestori della rete hanno messo in campo piani straordinari, con squadre di tecnici rinforzate, gruppi elettrogeni mobili e sistemi di telecontrollo attivi ventiquattr’ore su ventiquattro nei centri operativi sparsi sul territorio. Il 24 giugno, secondo i dati di Unareti (A2A), la rete di distribuzione di Milano ha registrato il massimo carico dell’anno, oltre 1,5 gigawatt. Gli investimenti destinati a rendere la rete più resistente ammontano a miliardi di euro nel prossimo triennio, tra nuove linee, automazione dei guasti e maggiore capacità di rialimentare le zone colpite da percorsi alternativi.
Chi resta senza corrente per troppe ore durante le ondate di calore ha comunque diritto a un indennizzo automatico in bolletta, secondo le regole fissate dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente: si parte da 34,50 euro, con un incremento di 17,25 euro ogni quattro ore aggiuntive di interruzione, fino a un tetto di 240 ore complessive. Nel frattempo, da nord a sud, la mappa dei blackout continua a disegnarsi ogni pomeriggio d’estate, negli stessi quartieri, con gli stessi ascensori bloccati e gli stessi frigoriferi che si spengono
Il punto debole, però, non è la produzione di energia ma il trasporto. I cavi interrati che alimentano le città sono sottoposti a uno stress termico crescente quando le temperature restano elevate a lungo e non piove: il terreno intorno ai cavi si scalda, il calore fatica a disperdersi e aumenta la probabilità di guasti ravvicinati o simultanei. A complicare le cose ci sono i giunti che uniscono i vari tratti di cavo: ogni riparazione ne aggiunge uno nuovo, e più giunti significa più punti potenzialmente fragili lungo la rete. Solo nell’area di Milano, Brescia e Bergamo il gestore locale sorveglia circa 15mila chilometri di cavi, un’estensione che rende quasi impossibile prevedere con esattezza dove si romperà la prossima linea, perché anche i tratti più recenti possono cedere sotto il caldo estremo.