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Bimba morta di difterite, prima le «pecore», poi la corsa al vaccino: il paradosso dei no vax di Palermo

A Palermo sta andando in scena un paradosso difficile da ignorare. Per anni, in alcune famiglie e comunità, vaccinare i propri figli è stato guardato con sospetto, quando non apertamente osteggiato. Oggi, dopo la morte di una bambina di quattro anni e mezzo per una sospetta,  e secondo le autorità sanitarie ormai accertata,  difterite, gli stessi vaccini che qualcuno definiva con disprezzo una scelta da «pecore» tornano a essere cercati con urgenza.

La tragedia di Anna Rosa Bartolotta ha riaperto una ferita che sembrava appartenere al passato. La bambina, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e dai medici, non era stata vaccinata contro la difterite. I genitori, entrambi contrari alle vaccinazioni, avevano spiegato di temere un legame tra vaccini e autismo dopo il caso di un parente. Eppure negli ultimi anni sono una valanga gli studi scientifici che dicono che non c’è correlazione tra vaccini pediatrici e sindrome autistica. Sta di fatto che una bimba innocente che non ha potuto nemmeno decidere per colpa di due genitori ignoranti,  è morta dopo un drammatico peggioramento delle sue condizioni.

Il punto, però, non è soltanto la tragedia di una famiglia. È ciò che è successo subito dopo.

Quando la paura cambia direzione

L’Asp di Palermo ha registrato un vero e proprio boom di richieste per le vaccinazioni. Secondo i dati riportati dalla stampa locale, le richieste sono state così numerose da esaurire temporaneamente le scorte di vaccino esavalente. La stima dell’Asp è di circa 800 bambini non vaccinati, nati nel 2020 e nel 2021, che potrebbero presentarsi a settembre senza una copertura adeguata. È l’immagine più potente di questa vicenda: il vaccino che fino a ieri veniva considerato da alcuni genitori come qualcosa da evitare diventa improvvisamente una priorità.

E qui emerge tutta la contraddizione del movimento no vax. Quando la vaccinazione è percepita come un obbligo astratto, lontano da un pericolo concreto, può diventare il simbolo di una presunta imposizione dello Stato. Quando invece una malattia che si pensava appartenesse ai libri di storia torna a colpire una bambina, la prospettiva cambia radicalmente.

La difterite è infatti diventata rarissima in Italia proprio grazie alla vaccinazione. Gli specialisti ricordano che il vaccino ha trasformato una malattia che un tempo provocava migliaia di casi e centinaia di morti in una patologia oggi eccezionale. Ma «rara» non significa «scomparsa».

La lezione arrivata troppo tardi

La vicenda di Palermo racconta anche quanto sia fragile la memoria collettiva. Le generazioni che hanno vissuto quando difterite, poliomielite e altre malattie infettive erano una minaccia quotidiana avevano davanti agli occhi le conseguenze della loro diffusione. Oggi quelle immagini sono quasi scomparse. E proprio il successo delle vaccinazioni ha creato, paradossalmente, le condizioni perché alcune persone dimenticassero perché quei vaccini erano stati introdotti.

Il caso di Palermo ha riportato quella realtà davanti agli occhi di tutti. La Procura per i minorenni ha aperto un fascicolo sulla responsabilità genitoriale e ha disposto verifiche urgenti nelle scuole materne ed elementari della zona nord della città per individuare eventuali bambini non vaccinati. Gli accertamenti coinvolgono anche la situazione sanitaria dello Zen, dove la pediatra della bambina avrebbe riferito di difficoltà nel convincere alcune famiglie a sottoporre i figli alle vaccinazioni obbligatorie.

Il «giochetto» delle prenotazioni

La vicenda ha fatto emergere anche un altro problema: quello delle famiglie che, secondo l’Asp, utilizzerebbero la prenotazione di una vaccinazione come escamotage per dimostrare formalmente di essere in regola, senza poi sottoporre realmente il bambino alla somministrazione. Il direttore generale dell’Asp di Palermo ha parlato di un sistema di «false prenotazioni». La questione è diventata ancora più delicata con l’avvicinarsi dell’inizio dell’anno scolastico.

La Procura ha quindi disposto controlli nelle scuole. I carabinieri dovrebbero verificare gli elenchi degli alunni e la loro situazione vaccinale, mentre le autorità hanno ribadito che la semplice prenotazione non equivale all’avvenuta vaccinazione. È una stretta che arriva dopo una tragedia e che mette lo Stato davanti a una domanda difficile: quanto può essere tollerato il rifiuto individuale quando entra in gioco la salute di un bambino e, insieme, quella della comunità?

Il paradosso dei «pecoroni»

C’è poi un aspetto culturale che non può essere ignorato.

Durante gli anni della pandemia e nel lungo dibattito sui vaccini, la contrapposizione ha assunto spesso toni aggressivi. Da una parte c’erano coloro che rivendicavano la vaccinazione come una scelta responsabile; dall’altra chi accusava i vaccinati di obbedienza cieca, arrivando a definirli «pecore».

Oggi, però, sono proprio alcune famiglie precedentemente contrarie alle vaccinazioni a rivolgersi ai centri sanitari. Non c’è nulla di cui vergognarsi nel cambiare idea. Anzi. Di fronte a nuove informazioni, correggere una decisione può essere un atto di responsabilità. Il problema è un altro: chiedersi perché sia servita una morte per tornare a prendere sul serio un rischio che la medicina conosce da decenni.

La corsa al vaccino di Palermo non dovrebbe diventare una gara a stabilire chi aveva ragione durante le discussioni sui social. Dovrebbe essere, piuttosto, un’occasione per uscire dalla logica delle tifoserie.

Perché davanti a una malattia non esistono «pecore» e «ribelli». Esistono bambini protetti e bambini esposti.

La paura che finalmente diventa consapevolezza

La storia di Palermo lascia dunque una domanda dolorosa: perché una malattia quasi cancellata dalla memoria collettiva ha dovuto tornare a fare paura prima che molti genitori riscoprissero il valore della prevenzione? La risposta non può essere soltanto giudiziaria e nemmeno soltanto politica. Serve informazione, serve il lavoro dei pediatri e delle strutture sanitarie e serve soprattutto la capacità di distinguere il dubbio legittimo dalla disinformazione. La Regione Siciliana ha ribadito proprio in questi giorni la necessità di rafforzare l’informazione sulle vaccinazioni e di collaborare con Asp e pediatri per aumentare le coperture.

La lezione più amara di Palermo è che la prevenzione spesso sembra inutile proprio quando funziona. Finché una malattia non si vede, il vaccino può apparire superfluo. Quando quella malattia torna, improvvisamente tutto cambia. E così, nelle stesse città dove qualcuno accusava gli altri di essere «pecore» perché vaccinavano i propri figli, oggi si fa la fila per ottenere quella stessa protezione.

La speranza è che questa volta non serva un’altra tragedia per ricordarsi quanto vale.

di redazione AltovicentinOnline

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