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Si getta da aereo durante l’allenamento di una studentessa, rimasta sola in cabina. Urgente parlare di depressione e salute mentale

Un tragico pomeriggio nei cieli della provincia di Córdoba, in Argentina, ha improvvisamente squarciato il velo di silenzio che ancora oggi avvolge la salute mentale, specialmente in quelle professioni dove l’incolumità altrui dipende dalla freddezza di un singolo individuo. Leandro Andrés Bertazzo, stimato pilota commerciale e istruttore di volo di 42 anni, si è tolto la vita lanciandosi nel vuoto da un Cessna C-150 a 250 metri di altitudine.
Prima di sganciare la cintura e aprire il portellone, ha rivolto alla sua allieva di 22 anni un’ultima, glaciale frase: «Sai cosa devi fare, adesso vai avanti». Solo la straordinaria prontezza della giovane, rimasta sola ai comandi e guidata via radio dal personale di terra, ha evitato che il dramma individuale si trasformasse in una catastrofe collettiva.
Mentre la magistratura indaga sulla dinamica dell’accaduto, la comunità internazionale si interroga su un problema sistemico ben più profondo: la costante e pericolosa sottovalutazione del benessere psicologico nelle carriere ad alta responsabilità. Leandro era in cura per il proprio disagio emotivo, ma a quanto emerge dalle indagini, non ne aveva fatto parola all’interno dell’ambiente di lavoro. 
Chi svolge professioni ad alto rischio,  piloti, medici, forze dell’ordine, ma anche vertici aziendali,  convive quotidianamente con una narrazione culturale tossica: quella dell’infallibilità. All’istruttore o al professionista  viene richiesto di essere un punto di riferimento incrollabile. La società è infestata di modelli che rendono emarginati i “sensibili”. 
Questo standard irrealistico produce un isolamento drammatico: la paura del giudizio.  Manifestare ansia, depressione o burnout viene spesso percepito come un segno di debolezza incompatibile con il ruolo. Quante parole cattive e inadeguate feriscono a morte chi non ha rispetto umano di chi deve a volte fare ricorso a psicofarmaci per “stare in equilibrio”.
Ammettere un disagio psicologico in settori regolamentati come l’aviazione civile o le forze dell’ordine in genere, comporta quasi sempre la sospensione immediata delle licenze o l’allontanamento dal servizio.
 Come dimostra l’estrema lucidità dei gesti finali di Bertazzo (che ha riposto con calma i propri effetti personali prima del gesto), la sofferenza mentale profonda sa nascondersi dietro un’apparente e perfetta normalità operativa.
Le reazioni dell’opinione pubblica oscillano spesso tra lo sgomento per la giovane allieva,  vittima di un trauma psicologico incalcolabile,  e la condanna per un gesto che ha messo a rischio una vita innocente. Comprensibile, eppure parziale. Condannare l’azione senza analizzare il vuoto sociale e sanitario che l’ha generata impedisce di prevenire il prossimo dramma.
La vicenda di Leandro Bertazzo non deve essere archiviata come un tragico quanto isolato caso di cronaca nera. Deve diventare il catalizzatore di una riforma culturale urgente che si deve basare  sul normalizzare il supporto psicologico continuo e obbligatorio, slegandolo da logiche punitive o di sospensione automatica della mansione. Creare canali di ascolto protetti e confidenziali all’interno delle scuole di volo e delle aziende ad alto rischio. Ma soprattutto, abbandonare lo stigma che associa la fragilità emotiva all’incompetenza professionale.
Chi guida un aereo, opera in una sala chirurgica o gestisce la sicurezza pubblica non smette di essere umano. Riconoscere che anche i “fari” possono spegnersi è il primo passo per non lasciare più nessuno da solo, in volo, contro i propri demoni.
N.B.
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