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La pizza era il simbolo della cena “economica”, oggi sta diventando un lusso per le famiglie

Andare in pizzeria non è più sinonimo automatico di cena economica. Il rischio è che quello che è stato per decenni il pasto popolare per eccellenza finisca per trasformarsi in un prodotto divisivo. E forse, prima che arrivi davvero il “bonus margherita”, vale la pena chiedersi se la pizza debba restare un simbolo di comunità o diventare l’ennesima vittima dell’inflazione gourmet.

Il prezzo della pizza, un tempo simbolo di accessibilità e convivialità, sta vivendo una crescita che ha pochi precedenti. Secondo i dati elaborati da Altroconsumo, il costo medio nazionale ha ormai raggiunto i 12 euro, con punte che sorprendono perfino gli addetti ai lavori. L’analisi dell’associazione mostra una forbice sempre più ampia tra città, legata ai costi delle materie prime, dell’energia, degli affitti e alla crescente diffusione delle pizze “gourmet”, che hanno spostato verso l’alto la percezione del valore.

Nell’indagine, Bolzano risulta la città più cara d’Italia: una pizza con bibita arriva a costare in media 15 euro. Una cifra che può essere giustificata dall’elevato costo della vita nella provincia autonoma, ma che non basta a spiegare un altro caso eclatante: Palermo, seconda in classifica con un prezzo medio di 14,50 euro e un incremento del 60% rispetto al 2021. Un dato che sorprende, considerando che la città è sempre stata identificata con lo street food economico e popolato da alternative ben più accessibili.

Il fenomeno, però, non riguarda solo alcuni capoluoghi. Il trend inflattivo colpisce l’intero settore della ristorazione: rincari energetici, aumento delle farine raffinate e dei grani speciali, mozzarella di qualità più costosa e la corsa delle pizzerie verso la proposta “esperienziale” hanno contribuito a trasformare la pizza in un prodotto sempre meno popolare e sempre più “premium”.

A livello nazionale, stabilire quale dovrebbe essere un prezzo onesto è complesso e dipende dal contesto. Analizzando i costi medi delle materie prime, dell’energia e del lavoro, Altroconsumo stima che una margherita realizzata con ingredienti di qualità standard, servita in una pizzeria tradizionale, dovrebbe collocarsi tra gli 8 e i 10 euro per essere considerata equa sia per il consumatore sia per l’esercente. Sopra questa soglia entrano in gioco variabili soggettive: impasti speciali, topping ricercati, location prestigiose o formule gourmet che trasformano il prodotto in un piatto a valore aggiunto.

Una tendenza confermata anche da altre inchieste giornalistiche, che evidenziano come le pizze “di lusso” abbiano spinto verso l’alto la percezione dei prezzi: dalla margherita da 22 euro di Carlo Cracco alla pizza al caviale da 90 euro offerta nel Bresciano, fino al caso limite della Pizza Luigi XIII, 8.300 euro, servita a domicilio da uno chef accompagnato da sommelier e maître. Episodi estremi che però contribuiscono ad alterare l’idea di quanto sia normale pagare una pizza.

Resta il fatto che, nonostante gli aumenti, in molte città italiane esistono ancora pizzerie che propongono formule accessibili, con pizza e bibita a 9-10 euro. Ma la tendenza complessiva suggerisce una direzione chiara: la pizza, un tempo rifugio sicuro per chi voleva mangiare bene spendendo poco, sta diventando un piccolo lusso. E per molte famiglie, tra pochi anni, scegliere una serata in pizzeria potrebbe equivalere a rinunciare ad altri svaghi.

di Redazione AltovicentinOnline

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