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“Sfruttamento nella ristorazione? Non generalizzate, ci sono posti sani e felici”

Nel mondo della ristorazione italiana sta crescendo un malessere sommesso, ma sempre più condiviso: la difficoltà nel trovare personale qualificato. Non è solo una questione di numeri, né una semplice eredità della pandemia. È un cambiamento culturale profondo, che molti titolari di ristoranti stanno vivendo sulla propria pelle.

La voce di Vicky Sevilla ,  la donna più giovane ad aver conquistato la stella Michelin in Spagna,  raccolta da Reporter Gourmet ,  si inserisce in un dibattito che riguarda da vicino anche l’Italia: il conflitto tra l’immagine stereotipata di una ristorazione fatta di sfruttamento e la realtà, molto più complessa, di imprenditori che cercano di costruire ambienti sani e sostenibili ma si trovano davanti a una carenza strutturale di personale.

Colloqui surreali: quando ai candidati arriva… la scorta familiare

Sempre più ristoratori raccontano episodi che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. Candidati che si presentano al colloquio accompagnati dalla madre o dal padre, pronti a intervenire sulle condizioni di lavoro, sugli orari, persino sui compiti da svolgere. Un eccesso di protezione che rivela un altro problema: molti giovani non hanno autonomia, né la percezione di cosa richieda realmente un lavoro in sala o in cucina.

«Mi è capitato che la madre rispondesse al posto della figlia», raccontano molti ristoratori, massacrati dalla rete per partito preso e per pregiudizi. «Voleva sapere se nei giorni di festa poteva stare a casa e se potevamo evitare il servizio serale. Ma la ristorazione è servizio serale, ed è anche festivi. È la sua natura.»

Alte pretese, competenze fragili

Un altro punto ricorrente nelle testimonianze dei ristoratori riguarda la sproporzione tra le richieste economiche e le competenze reali.

«Chiedono stipendi da professionisti esperti», spiega la manager di un ristorante stellato del Nord, «ma non sanno portare un vassoio, non conoscono il vino, non sanno aprire una bottiglia senza far saltare il tappo o agitare il servizio. È come voler fare il pilota avendo solo la patente della moto.» Molti imprenditori non negano che ci siano stati casi di sfruttamento nel settore, ma respingono l’idea che questa sia la norma. E rivendicano l’impegno a costruire ambienti più equi, organizzati, capaci di garantire il giusto riposo. Ma evidenziano anche che professionalità e disciplina non possono essere sostituite da improvvisazione o aspettative irrealistiche.

La crisi dei festivi: il nodo che nessuno vuole toccare

La ristorazione vive nei fine settimana, nei giorni festivi, nelle sere d’estate. È lì che si concentra il lavoro e lì che si decide il bilancio di un locale. Eppure, sempre più giovani chiedono di evitarli. Non vogliono lavorare la domenica. Per carità, comprensibile il bisogno di vita privata. Ma in quanti settori puoi permetterti di scegliere di non lavorare proprio nei giorni in cui l’attività funziona? La sensazione, tra molti addetti ai lavori, è che sia cambiato il patto culturale su cui la ristorazione si è sempre retta: dedizione, disponibilità, voglia di crescere “sul campo”. Un patto che oggi molti giovani considerano superato, ma che nessuno ha ancora sostituito con una vera alternativa.

Un dialogo necessario: tra tutela e responsabilità

Il rischio, ora, è che si crei una frattura improduttiva: da una parte giovani che rivendicano diritti sacrosanti, dall’altra imprenditori che chiedono competenze e serietà. In mezzo, un settore che continua a navigare tra stagionalità, margini fragili e una domanda di qualità sempre più alta. Le parole di Vicky Sevilla assumono allora un valore universale:
non ogni ristorante è un luogo di sfruttamento, non ogni imprenditore è un carnefice, non ogni giovane è svogliato.

La sfida è trovare un equilibrio nuovo: formare senza sfruttare, lavorare con dignità senza rinunciare alla professionalità, costruire ambienti stimolanti dove si cresce insieme.

La ristorazione italiana, oggi, non ha paura di cambiare. Ha paura di non trovare nessuno disposto,  e preparato,  a cambiare con lei.

di Redazione AltovicentinOnline

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