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Si beve meno vino, ma cresce la platea: i giovani guidano la nuova cultura del bere

In Italia si beve meno vino, ma a berlo sono in molti di più. È il paradosso – solo apparente – che emerge dall’ultimo report dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, presentato in vista di Vinitaly a Veronafiere.

I dati, elaborati su base Istat e Iwsr, raccontano una trasformazione profonda nel rapporto tra gli italiani e il vino: meno consumo quotidiano, più attenzione alla qualità, e una crescente diffusione tra nuove fasce di popolazione.

Meno quantità, più consapevolezza

Negli ultimi vent’anni il bicchiere degli italiani si è fatto più leggero. Il consumo quotidiano, un tempo dominante, è oggi minoritario: solo il 39% degli italiani beve vino tutti i giorni, contro il 61% che lo consuma in modo occasionale. Nel 2006 era esattamente il contrario.

Un cambiamento che parla di maggiore consapevolezza. Si beve meno, ma meglio. La logica non è più quella della quantità, bensì della moderazione e della qualità: spariscono progressivamente gli eccessi, mentre si consolidano abitudini più equilibrate, spesso legate al piacere e all’esperienza.

Giovani protagonisti (anche se bevono meno)

A sorpresa, sono proprio i giovani ad allargare la platea dei consumatori. La Generazione Z (18-24 anni), pur rappresentando solo il 7% del totale, è l’unica ad aver registrato una crescita significativa negli ultimi anni: dal 39% del 2011 al 47% attuale.

Il loro approccio è molto diverso rispetto alle generazioni precedenti. Per i più giovani il vino non è un’abitudine quotidiana, ma un’esperienza: qualcosa che incuriosisce, che racconta uno stile di vita, che contribuisce a costruire un’identità.

Non a caso, tra le motivazioni principali emergono elementi legati all’immagine personale: “ti rende sofisticato”, “è fashion”. Un fattore che pesa per il 43% degli under 25, contro appena il 7% dei Boomer.

Il vino si beve fuori casa

Un altro dato chiave riguarda i luoghi del consumo. Per i giovani il vino è soprattutto socialità, convivialità, scoperta.

Il 97% della Gen Z consuma vino fuori casa, percentuale che resta alta anche tra i Millennials (87%), mentre scende al 64% tra i Boomer. Il ristorante è il luogo simbolo di questa tendenza: scelto dall’86% dei più giovani.

E cambia anche lo scontrino: i ragazzi spendono mediamente di più – circa 18 euro contro i 10 euro della media – segno di una maggiore disponibilità a investire in qualità e esperienza.

Rossi “importanti” e nuove curiosità

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Se si guarda alle preferenze, emerge un’altra sorpresa: i giovani non scelgono vini “facili”, ma puntano su etichette importanti.

In cima alle preferenze della Gen Z c’è l’Amarone della Valpolicella, seguito da Barbaresco, Taurasi, Bolgheri e Chianti. Una classifica dominata dai rossi strutturati, mentre i bianchi compaiono solo più in basso.

Allo stesso tempo, resta fortissima la presenza delle bollicine: il Prosecco continua a essere il vino più diffuso trasversalmente tra le generazioni, con circa 20 milioni di consumatori.

Una rivoluzione silenziosa

Il calo dei consumi, dunque, non è una crisi ma una trasformazione. A pesare sono due fattori: la crescente saltuarietà e la riduzione delle quantità giornaliere, soprattutto tra le generazioni più adulte.

I giovani, al contrario, non sono responsabili della flessione. Anzi: rappresentano il futuro del settore. Sono più curiosi, più aperti alla sperimentazione, più inclini a lasciarsi guidare – sia al ristorante che online, dove il 61% legge recensioni e consigli prima di scegliere.

Il vino, oggi, non è più un gesto automatico. È una scelta.
E proprio per questo, forse, vale di più.

di Redazione AltovicentinOnline

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