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Donne e filtri sui social: tra identità digitale, pressione estetica e insicurezza da curare

Occhi più grandi, pelle levigata, zigomi scolpiti, labbra più piene. I filtri dei social network sono diventati parte integrante della comunicazione visiva online e a farne uso sono soprattutto le donne. Instagram, TikTok e Snapchat offrono strumenti sempre più sofisticati, capaci di modificare il volto in tempo reale, ridefinendo i confini tra realtà e rappresentazione.

Secondo diversi studi internazionali, le donne utilizzano i filtri con maggiore frequenza rispetto agli uomini, soprattutto nella fascia tra i 16 e i 35 anni. Un dato che riflette una pressione estetica ancora fortemente sbilanciata sul genere femminile, anche nell’era della body positivity.

Il filtro come “normalità”

Se inizialmente i filtri erano percepiti come un gioco o un effetto creativo, oggi sono diventati quasi la norma. In molti contesti digitali, mostrarsi senza filtri viene vissuto come un’esposizione eccessiva, una sorta di atto di coraggio. Il volto “naturale” appare improvvisamente imperfetto se confrontato con la versione filtrata, più vicina agli standard estetici dominanti.

Il problema non è tanto l’uso occasionale dei filtri, quanto la loro normalizzazione. Quando l’immagine modificata diventa quella abituale, la percezione di sé rischia di spostarsi, generando insoddisfazione e confronto costante.

Autostima e salute mentale

Psicologi e sociologi parlano sempre più spesso di filter dysmorphia, una distorsione dell’immagine corporea alimentata dal continuo utilizzo di filtri che alterano il viso. Alcune ricerche collegano questo fenomeno a un aumento di insicurezze, ansia sociale e calo dell’autostima, soprattutto tra le adolescenti.

In alcuni casi estremi, la distanza tra immagine reale e immagine digitale può influenzare anche le scelte offline: cresce il numero di persone che ricorrono a trattamenti estetici chiedendo risultati simili a quelli ottenuti con i filtri.

Creatività o pressione sociale?

Molte donne difendono l’uso dei filtri come forma di espressione creativa, un modo per giocare con la propria immagine o raccontarsi online. Ed è un punto legittimo. Il nodo centrale, però, resta il contesto: in un ambiente digitale che premia visibilità, approvazione e “like”, la libertà di scelta è davvero tale?

L’algoritmo tende a favorire volti aderenti a determinati canoni: giovani, simmetrici, levigati. In questo scenario, il filtro non è solo uno strumento, ma diventa una risposta a una richiesta implicita di perfezione.

Le reazioni e il contro-movimento

Negli ultimi anni si è sviluppato un contro-movimento: sempre più creator, influencer e personaggi pubblici dichiarano di non usare filtri o mostrano esplicitamente la differenza tra immagini filtrate e non. Hashtag come #nofilter e #realskin cercano di riportare visibilità alla pelle reale, con pori, rughe e imperfezioni.

Anche alcune piattaforme hanno iniziato a segnalare l’uso di filtri che modificano il volto, soprattutto nei contenuti pubblicitari, nel tentativo di aumentare la trasparenza.

Ridurre il tema a una semplice scelta individuale sarebbe limitante. L’uso dei filtri da parte delle donne è il riflesso di una questione culturale più ampia, che riguarda aspettative sociali, modelli estetici e rappresentazione del corpo femminile nello spazio pubblico.

I filtri non creano il problema, ma lo amplificano. Finché l’aspetto fisico continuerà a essere un elemento centrale del valore sociale attribuito alle donne, strumenti come questi resteranno potenti — e ambigui. Demonizzare i filtri rischia di colpevolizzare chi li usa, ignorarne l’impatto significa sottovalutarne le conseguenze. La sfida sta nel trovare un equilibrio tra libertà espressiva e consapevolezza, soprattutto per le generazioni più giovani. Perché dietro ogni filtro, alla fine, c’è sempre una persona reale. E quella versione merita spazio tanto quanto quella digitale.

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