Ancora una donna uccisa. Ancora una storia di controllo, violenza, possesso, persecuzione. Ancora una volta, dopo l’orrore, il dibattito pubblico rischia di infilarsi nel binario più sterile di tutti: come chiamarlo? Femminicidio oppure no? Categoria giuridica, definizione sociologica, parola giusta o parola sbagliata. E intanto, mentre ci accapigliamo sulle etichette, le donne continuano a morire. È questo il punto che dovrebbe inquietarci più di ogni altro: non passa giorno senza che il Paese venga raggiunto dalla notizia di una donna aggredita, umiliata, minacciata, uccisa da chi diceva di amarla, da chi non accetta una fine, da chi trasforma il rifiuto in rancore e il rancore in violenza. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, cambiano i dettagli. Ma il copione, tragicamente, sembra sempre lo stesso.
Di fronte a casi come quello di Barberino di Mugello, fermarsi al lessico è quasi una fuga. Certo, le parole contano. Contano nel racconto pubblico, nella consapevolezza collettiva, nella capacità di riconoscere un fenomeno strutturale. Ma non possono diventare un alibi. Perché se ogni volta il confronto si riduce a una disputa ideologica, utile a schierarsi, a marcare il territorio politico, a fare propaganda, allora significa che stiamo spostando l’attenzione dal centro del problema alla sua cornice.
Il centro del problema è che troppe donne sono in pericolo. Il centro del problema è che troppe volte i segnali ci sono, ma non bastano a salvarle. Il centro del problema è che esiste un’emergenza culturale, sociale e di sicurezza che non può più essere affrontata solo con dichiarazioni indignate, hashtag, minuti di silenzio e polemiche televisive.
Meno strumentalizzazioni politiche, dunque. Meno tifoserie. Meno riflessi automatici che trasformano ogni tragedia in una clava contro l’avversario. Perché il dolore delle vittime non può diventare materiale da campagna permanente. Ogni volta assistiamo allo stesso rito: lo scontro tra chi usa una parola e chi la contesta, chi accusa il patriarcato e chi risponde parlando di devianza individuale, chi invoca nuove leggi e chi sostiene che le norme ci siano già. Discussioni spesso non inutili in assoluto, ma insopportabilmente insufficienti se restano fini a se stesse.
La domanda vera è un’altra: cosa si sta facendo, concretamente, per impedire che tutto questo continui? Dove sono i presìdi territoriali? Dove sono gli strumenti di prevenzione? Dove sono gli investimenti seri nei centri antiviolenza, nella formazione, nell’educazione sentimentale e affettiva, nel sostegno psicologico, nella protezione rapida di chi denuncia o prova a sottrarsi? Dove sono i protocolli capaci di cogliere il rischio prima che si trasformi in condanna a morte? Perché ogni donna uccisa ci dice che qualcosa, da qualche parte, non ha funzionato abbastanza. E non basta ripetere che “bisogna denunciare”, se poi denunciare non sempre protegge. Non basta dire che “gli uomini devono cambiare”, se questo appello resta generico e non si traduce in educazione, responsabilità, intervento precoce sui comportamenti ossessivi, possessivi, persecutori. Non basta neppure inasprire le pene se il sistema arriva sempre dopo, quando la violenza è già esplosa.
Serve uno scatto collettivo di serietà. Serve considerare questa mattanza per quello che è: un allarme nazionale. Non un’emergenza occasionale, non una sequenza di casi isolati, non una materia da talk show. Un allarme. E gli allarmi si affrontano con priorità, coordinamento, risorse, continuità. Non con le dichiarazioni rituali.
Le donne uccise non si contano più senza che il numero, ormai, rischi persino di anestetizzare le coscienze. Ed è forse questo il pericolo peggiore: abituarsi. Accettare che sia una notizia tra le altre. Archiviare ogni volta il dolore dentro una formula già sentita. Piangere, discutere, dividere il campo, e poi ricominciare da capo al caso successivo. No. Non possiamo permettercelo. Non possiamo continuare a inseguire le parole quando la realtà ci travolge con i fatti. Chiamatelo come volete, se proprio volete. Ma intanto fermatelo. Fermiamolo. Perché una società che discute all’infinito dell’etichetta da apporre a un delitto, mentre non riesce a impedire che quei delitti si ripetano, è una società che sta mancando il bersaglio più importante: salvare vite.
Non ce ne frega niente delle etichette, qualcuno faccia qualcosa perchè ogni giorno non ci svegliamo con la notizia della ennesima donna ammazzata dal compagno.
N.B.