«Se anche uno solo di voi, una sola di voi, uscendo da questa sala, guarderà con occhi diversi una relazione, riconoscerà un segnale o troverà il coraggio di scegliere il rispetto invece del possesso, ecco allora questo film avrà raggiunto il suo scopo».
Nelle parole di Gino Cecchettin c’è il senso più profondo di Se domani non torno, il film diretto da Paola Randi e ispirato a Cara Giulia, il libro scritto dal padre della giovane uccisa nel 2023 da Filippo Turetta. Un film che nasce da una tragedia privata, ma che sceglie di non rimanere confinato nel dolore di una famiglia.
Davanti ai ragazzi di Giffoni, Cecchettin ha parlato di Giulia e, soprattutto, ha parlato attraverso Giulia. La sua storia, ha spiegato, non può essere ridotta alle ultime ore della sua vita, a quella violenza che ne ha spezzato l’esistenza. Giulia è stata prima di tutto una ragazza di 22 anni, una donna che ha cercato la propria strada, che ha scelto, che si è autodeterminata.
È una distinzione fondamentale. Perché raccontare una vittima soltanto attraverso il modo in cui è morta rischia di consegnarla per sempre alla tragedia che l’ha cancellata. Restituirle invece la sua vita significa riconoscerle un’identità che viene prima del femminicidio: i suoi desideri, le sue scelte, le sue relazioni, il suo percorso.
Dal dolore privato all’impegno civile
La famiglia Cecchettin avrebbe potuto scegliere il silenzio. Avrebbe potuto custodire il proprio dolore dentro le mura di casa. Ha invece deciso di trasformarlo in una forma di responsabilità civile.
Non è una scelta facile, come lo stesso Gino Cecchettin ha ammesso. Raccontare una perdita significa inevitabilmente tornare su una ferita. Ma, secondo la famiglia, condividere quella storia può servire a qualcosa: può aiutare qualcuno a riconoscere un segnale, a comprendere che una relazione non può mai diventare possesso, a trovare il coraggio di chiedere aiuto.
È forse questo il passaggio più importante: dal racconto della morte alla prevenzione della violenza.
Una storia personale diventa così uno strumento collettivo. Non perché il dolore possa essere cancellato trasformandolo in un messaggio, ma perché può trovare un significato nella possibilità di evitare che altre persone debbano attraversare la stessa esperienza.
Raccontare l’assenza
Per la regista Paola Randi, affrontare la storia di Giulia ha significato confrontarsi con una responsabilità enorme: raccontare una persona che non c’è più.
E proprio l’assenza diventa uno degli elementi centrali del film. Giulia non può raccontarsi in prima persona. Vive attraverso i ricordi di chi l’ha amata, attraverso gli occhi della sua famiglia e attraverso ciò che ha lasciato nella vita degli altri.
È una scelta che sposta lo sguardo. Il film non cerca soltanto di ricostruire una tragedia, ma di interrogarsi su ciò che resta dopo una perdita e su come una famiglia possa decidere di trasformare quel vuoto in un gesto di impegno verso la società.
In questo senso, raccontare Giulia significa anche parlare di tutte quelle situazioni in cui la violenza non si manifesta immediatamente nella sua forma più estrema. Significa imparare a riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi.
Una generazione chiamata a scegliere
Non è casuale che queste parole siano state pronunciate davanti ai ragazzi di Giffoni. Sono proprio le nuove generazioni a essere chiamate a interrogarsi sul significato di una relazione, sulla differenza tra amore e possesso, tra attenzione e controllo, tra libertà e pretesa.
Sabrina Martina, interprete di Giulia nel film, ha ricordato la manifestazione contro la violenza di genere alla quale partecipò a Roma nel 2023. Quell’anno, ha raccontato, percepì una forza collettiva diversa, quasi uno spartiacque rispetto al passato. Forse è proprio da questa consapevolezza collettiva che può nascere un cambiamento. Perché il contrasto alla violenza di genere non può essere soltanto una reazione quando una donna viene uccisa. Deve cominciare molto prima: nelle parole, nei comportamenti, nell’educazione sentimentale, nella capacità di riconoscere una relazione malsana e nel coraggio di non normalizzare ciò che non dovrebbe mai essere considerato normale.
Ed è qui che la storia di Giulia smette di appartenere soltanto alla sua famiglia. Diventa una domanda rivolta a tutti. Che cosa siamo disposti a fare quando vediamo un segnale? Quanto sappiamo ascoltare? Siamo capaci di distinguere l’amore dal controllo? E soprattutto, abbiamo il coraggio di scegliere il rispetto quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte?
di redazione AltovicentinOnline (foto Ansa)