Per Riccardo Trulla, la corsa non è un optional, un elemento esterno, ma una parte della sua stessa vita. Ascoltando le parole del barbiere-runner di San Vito di Leguzzano, intervistato dalla redazione di AltovicentinOnline, non si può rimanere indifferenti al suo approccio verso la corsa. Dalle sue parole, risulta subito evidente che per lui correre e prima di tutto una filosofia capace di influenzare ogni aspetto della sua vita. Riflessivo, ma sicuramente determinato, quando Riccardo parla della corsa, sembra immergersi in un mondo interiore profondo, nel quale ogni racconto è prima di tutto un sentimento, una sensazione; dove ogni esperienza appartiene alla sfera dei sentimenti, prima ancora che a quella del quotidiano.
Riccardo, quando è iniziata la sua prima esperienza di corsa?
La mia prima esperienza di corsa risale alle campestri scolastiche, dove i risultati non erano esattamente brillanti. In quel periodo, non avrei mai immaginato che un giorno avrei potuto completare una maratona. Lo sport è sempre stato fondamentale nella mia famiglia, dove i motori dominavano, grazie a mio padre Giancarlo per anni presidente del moto club di Vicenza e un pluricampione italiano di rally e turismo motociclistico. Ho praticato vari sport, persino il portiere a livello giovanile, un ruolo che mi permetteva di evitare di correre troppo. Tuttavia, la corsa è entrata nella mia vita in modo decisivo dopo un infortunio al legamento crociato perticando dello snowboard cross a livello agonistico. E seguendo radiofonicamente durante le ore di lavoro l’esperienza di Linus, dj radiofonico che aveva affrontato lo stesso infortunio e che pian piano lo aveva portato ad essere fonte di ispirazione per noi radioascoltatori, ho iniziato a correre. La mia ambizione mi ha spinto a puntare con determinazione all’obiettivo della maratona di New York.
Da molti anni sposa progetti di corsa unendoli alla solidarietà a sostegno della Fondazione Città della Speranza, di cui lei è testimonial. Come è nata l’idea di fare del bene attraverso lo sport?
Il mio legame con la Fondazione Città della Speranza nasce da un coinvolgimento personale, dato che mio cugino Vinicio è parte fondamentale del direttivo. Mi sono chiesto come avrei potuto mettere “a leva” a favore della Fondazione il fatto che, per mia fortuna, la corsa mi ha sempre portato a scegliere palcoscenici internazionali e mi ha dato la possibilità di viaggiare. Da lì è nata l’idea di unire i chilometri alla raccolta fondi.
Soffermiamoci sulla corsa. Ha concluso il circuito delle Six Major (Boston, Londra, Berlino, Chicago, Tokyo e New York). Qual è stata la gara più bella?
La gara più bella, e quella di cui conservo il ricordo più speciale, è l’ultima delle sei: quella corsa nel 2019 a Tokyo, che mi ha permesso di conquistare il titolo di Six Star Finisher. Il Giappone mi ha aperto un mondo sconosciuto di cui ho apprezzato profondamente i valori umani.
Lei è anche acconciatore, tecnico tricologo e formatore insieme alla tua compagna Monica. Un lavoro impegnativo: come riesci a conciliarlo con l’allenamento?
Oggi mi viene facile perché, avendo specializzato la mia professione in una particolare nicchia di mercato, riusciamo a programmare orari di lavoro differenti rispetto a un’attività classica. Il mio allenamento occupa solo una minima parte della quotidianità; anche se ci sono giorni con impegni fisici importanti, per me è una routine di benessere. In passato era più difficile: con gli orari serrati del salone dovevo togliere ore al sonno al mattino presto per non compromettere l’attività lavorativa e la famiglia.
Anni fa, con il progetto “Trun: la sfida di Trullino” e il supporto di Almostthere, ha corso tre maratone (Milano, Boston e Londra) in soli 21 giorni, vincendo anche un Oscar ai Digital Fundraising Awards. Come ha programmato un evento simile?
Unire maratona e beneficenza è una dinamica quasi di routine nelle grandi gare estere. C’era bisogno di qualcosa di speciale: correre tre maratone in tre stati differenti in appena tre settimane, oltretutto restando sotto le 3 ore (all’epoca avevo un personale di poco inferiore alle 2h50′). Milano, Boston e Londra non sono state scelte a caso: Milano è tra gli eventi che raccolgono più fondi in Italia, mentre Boston e Londra hanno programmi charity tra i più proficui al mondo. L’ostacolo principale è stato burocratico ed economico: per Londra, grazie alla mia società e a un tour operator, ho ottenuto il pettorale proprio in quanto promotore di questo progetto. Sportivamente, dopo l’esperienza della 100 km del Passatore nel 2013, la sfida non era tanto la distanza, quanto l’adattamento ai fusi orari e ai viaggi. Vedere il “forziere virtuale” della raccolta fondi crescere ogni giorno sulla piattaforma Rete del Dono mi ha dato una spinta incredibile. Quel premio appartiene soprattutto a chi ha donato e ha avuto fiducia in me. Mi ritengo veramente fortunato di aver vissuto quei 21 giorni quasi come un atleta, con il solo pensiero di portare a casa la missione di raccolta, senza dimenticare la galoppata del 2024, dove con il mio compagno di squadra e di allenamenti avventure Luca, ci siamo cimentati su Boston e Padova nello stretto tempo di sei giorni l’una dall’altra sempre a favore di un progetto charity di della speranza su Padova Marathon.
Quante maratone ha corso fino ad oggi? Quale le ha regalato le maggiori soddisfazioni ed emozioni?
Ad oggi sono 53 maratone. L’ultima è stata quella di New York, dove grazie al circuito World Marathon Majors ho potuto partecipare al Championship Age Group. Proprio mentre rispondo a questa domanda, è arrivata una sorpresa: un invito della New York Road Runners per un posto speciale nell’edizione 2026. Si aggiungerà a Roma e forse Milano, dove cercherò di conquistarmi la qualificazione per il mio sogno nel cassetto: tornare a correre la maratona di Tokyo nel 2027 in occasione dei Mondiali Age Group.
Attualmente con quale società corre?
Dal 2017 sono tesserato con Almostthere di Milano. Mi hanno contattato nel 2016 perché condividevano i valori sportivi — a volte scanzonati, ma profondi — che comunicavo sui social. Mi hanno adottato nella loro famiglia, che vanta grandi progetti charity e collaborazioni con LILT. Da quest’anno sono entrato nel loro consiglio direttivo, cosa che mi lusinga molto. Il nostro mantra è: correre bene e fare del bene per arrivare più lontano possibile.
A breve si è prefissato qualche obiettivo importante da raggiungere?
Allora innanzitutto, gli obiettivi sono sempre tarati in base all’età, se fino a qualche anno fa magari l’ambizione era solamente quella di scendere sempre di più con i tempi, oggi sono molto più orientato nel poter affrontare le maratone nel miglior modo possibile in base a quello che il fisico dice di poter fare. L’obiettivo principale come detto in precedenza è il ritorno in Giappone nel 2027, ma per fare ciò bisogna fare qualche piccolo passo in questa primavera e riuscire a portare a casa almeno una maratona sotto le due ore e 48 per poter almeno sperare di rientrare nell’Elite di quei 200 posti che vengono messi a disposizione per partecipare a quel mondiale di categoria. Come sempre insegna la maratona tutto si costruisce con piccoli passi tanta costanza molta passione, cercando mai di non fare il passo più lungo della gamba, il voler accelerare i tempi o dinamiche porta sempre purtroppo a fallire l’obiettivo.
Cosa le ha dato l’atletica, e cosa le ha tolto?
Atletica” è una parola grossa, io mi definisco un professionista dell’acconciatura che pratica sport. Ma nello sport c’è la disciplina: allineamento fisico e mentale, routine, onestà e la libertà di regalarsi sani momenti di “egoismo” che ti permettono di essere migliore con gli altri.
Cosa mi ha tolto? Sicuramente le dinamiche negative legate alla sedentarietà e la tendenza ad accontentarsi. Spesso si parla di “sacrificio”, ma per me non è una privazione: è l’impegno necessario per inseguire un sogno.
Ha in mente altri progetti di beneficenza?
Più che creare nuovi progetti da zero, oggi preferisco collaborare a iniziative esistenti mettendo a disposizione la mia esperienza. Tuttavia, vista la rincorsa verso l’obiettivo del 2027, la trasferta in Giappone potrebbe essere l’occasione per replicare quanto fatto nel 2019 con “TokyoTrun”, unendo la raccolta fondi per enti internazionali (come la Ronald McDonald House) alla nostra Fondazione Città della Speranza. Dare seguito a ciò che si è seminato è un’idea che mi
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