Affrontare il dolore silenzioso: la crescita dell’autolesionismo tra i giovani
L’adolescenza è un periodo di trasformazione profonda, un momento in cui emozioni e cambiamenti si intrecciano in maniera spesso travolgente. Tra le sfide più silenziose ma crescenti, emerge l’autolesionismo, una pratica che molti giovani scelgono nel tentativo di gestire emozioni intense e smisurate.
Cosa spinge i giovani all’autolesionismo?
Alcuni adolescenti trovano sollievo temporaneo nel dolore fisico autoinflitto. Questo fenomeno, non legato al desiderio di morire, rappresenta una strategia per alleviare sofferenze profonde che non trovano altra espressione. La rabbia, la tristezza e il senso di vuoto possono manifestarsi senza preavviso, lasciando i giovani in un mare di confusione e impotenza. Molti ragazzi nascondono le loro ferite con vergogna, temendo il giudizio. Sentirsi diversi e sbagliati isola ulteriormente chi ne soffre. Alcuni ragazzi in carico a neuropsichiatrie infantili e a psichiatri svelano quanto sia difficile rompere il silenzio e il peso del segreto.
Scoprire che il proprio dolore ha un nome e che non si è soli può fare la differenza. Riconoscere l’autolesionismo come un segnale di disagio, e non di debolezza, è un passo fondamentale verso la guarigione. Con il giusto supporto, i giovani possono imparare a tollerare i loro sentimenti senza ferirsi. Psicoterapia e, in alcuni casi, interventi farmacologici aiutano a sviluppare strategie più sicure per gestire le emozioni negative.
È essenziale creare ambienti in cui i ragazzi si sentano al sicuro per esprimere le proprie emozioni. Genitori, insegnanti e comunità devono collaborare per riconoscere i segnali di sofferenza e offrire supporto. Ilaria ci insegna che chiedere aiuto non è una colpa; è un primo passo verso un futuro più luminoso.
L’autolesionismo tra gli adolescenti non è solo una sfida personale, ma una questione che richiede attenzione collettiva. Imparare a riconoscere, comprendere e affrontare questo comportamento può trasformare una crisi in un’opportunità di crescita e guarigione per i giovani.
L’esperto
“Nella maggior parte dei casi questi gesti hanno la funzione lenitiva di ridurre e controllare emozioni molto intense, come rabbia, tristezza, senso di vuoto o una indefinibile tensione interiore – spiega il noto neuropsichiatra infantile Stefano Vicari – . Dal punto di vista clinico è spesso legato a difficoltà di regolazione emotiva e alla fatica di riconoscere ed esprimere ciò che si prova. Come nel caso di Ilaria, il dolore fisico, immediato e ben delimitato, può attenuare temporaneamente il disagio emotivo, dare una sensazione di sollievo e di controllo. Questo meccanismo, però, tende a rinforzare il comportamento e a favorirne la ripetizione in un circolo vizioso difficile da fermare. In adolescenza, l’autolesionismo può associarsi a disturbi dell’umore, d’ansia o del comportamento alimentare, oppure a una vulnerabilità emotiva. È importante distinguerlo dal comportamento suicidario, tenendo presente che rappresenta sempre un segnale di sofferenza psicologica che merita attenzione e valutazione”.