“Non mi era mai capitato di dover mettere in pausa un programma a metà per riprendere fiato”, scrive sul Guardian Frances Ryan, cui è toccato recensire The Experiment. Uno “show” “talmente inquietante, attuale e surreale che, dopo soli 90 secondi di visione in solitudine, mi ritrovo a guardarmi intorno in una stanza vuota, cercando disperatamente una conferma che tutto ciò stia accadendo davvero”. Invece è lì, in tv. Un esperimento sociale in forma di documentario, in onda su Channel 4, in Gran Bretagna. Ideato e guidato dagli attivisti e presentatori con disabilità Mat Fraser e Sophie Morgan. E’ un format disturbante: si propone di scoprire quanto il pubblico sia suscettibile all’ideologia nazista nei confronti delle persone con disabilità, declinata sotto forma di moderna ed efficiente struttura di assistenza.
Nel programma viene allestita una finta residenza per disabili, “Segrilife”. A ignari membri del pubblico viene offerto un tour guidato accompagnato da video promozionali e presentazioni aziendali che propongono la completa segregazione delle persone con disabilità dal resto della società, giustificando la scelta con il risparmio di spesa pubblica per i contribuenti e il “benessere” degli stessi “ospiti”. La dinamica dell’esperimento ricalca una trappola retorica: la propaganda utilizzata storicamente contro i disabili (compresa quella dell’eutanasia e della segregazione del programma nazista Aktion T4), ma camuffata da linguaggio aziendale rassicurante e progressista.
I residenti sono attore disabili, e i filmati e i poster aziendali sono realizzati con l’intelligenza artificiale. Fraser e Morgan seguono le reazioni dei partecipanti con telecamere nascoste per valutare se e quando qualcuno dei visitatori contesterà apertamente ciò che vede. L’aspetto più discusso del programma è la riluttanza di gran parte dei visitatori a opporsi: molti tendono a razionalizzare la reclusione definendola utile per i disabili o conveniente per la spesa statale, e solo raramente qualcuno trova il coraggio di denunciare la disumanità del progetto.
Ogni parte del tour si basa su un diverso aspetto dell’ideologia nazista, gran parte del quale presenta un legame evidente con alcune idee contemporanee. Per esempio al gruppo viene mostrato “il laboratorio”, dove i disabili infilano perline su un filo per guadagnarsi una paghetta. O il dormitorio (“il nido”): una stanza con letti logori allineati in fila, sulle pareti sono affissi manifesti che ripropongono concetti fascisti degli anni ’30 con una veste moderna e accattivante: il prezzo di un pacchetto di assistenza per persone disabili, stampato in grassetto accanto alla loro foto sorridente, con slogan come: “La vita normale non è per tutti”.
Per il Guardian è tutto “straziante e sinistro, e non c’è tregua”. Alla fine i partecipanti scoprono la verità ed è come se scattasse un clic: tornano in sè, all’improvviso si rendono conto di aver imparato qualcosa o almeno così dicono. Peccato che per la gran parte dell’esperimento la maggior parte delle “cavie” si facciano convincere, con angosciante facilità, che sia del tutto razionale trattare le persone disabili come esseri inferiori. The Experiment riuscito.