- AltoVicentinOnline - https://www.altovicentinonline.it -

Dopo la legge Basaglia, il vuoto che non vogliamo vedere: nel dibattito sulla strage di Modena sparisce la malattia mentale

Salim el Koudri, il 31enne arrestato  per l’agguato in via Emilia centro a Modena, è un italiano di seconda generazione, di origine marocchina, che è nato nel bergamasco e vive nel modenese, a Ravarino, dove ha frequentato i primi anni di scuola. È laureato in Economia aziendale ed è disoccupato. Dopo l’arresto, non è risultato sotto l’effetto di sostanze psicotrope. Il 31enne era già stato seguito nel 2022 dal centro di salute mentale locale per disturbi schizoidi, “poi se ne sono perse le tracce”.

Nel dibattito che ha seguito la strage , una dinamica prevedibile e allo stesso tempo pericolosa si è subito imposta: l’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata quasi esclusivamente sull’origine familiare dell’autore, definito “immigrato di seconda generazione”, mentre è rimasto sullo sfondo,  quando non del tutto ignorato,  il fatto che l’uomo fosse affetto da una grave patologia psichiatrica, certificata e già nota ai servizi.

Questa rimozione non è casuale. È il risultato di un vuoto che si trascina da decenni, apertosi dopo la legge Basaglia, quando la chiusura dei manicomi non è stata accompagnata da un adeguato investimento in strutture, personale e percorsi continui di presa in carico. La riforma, visionaria e necessaria, ha cambiato la storia della psichiatria italiana, ma il sistema che avrebbe dovuto sostenerla non è mai stato completato.

Il risultato è una psichiatria territoriale spesso fragile, non coordinata, dove le famiglie vengono lasciate sole e i pazienti più gravi rischiano di scivolare fuori dai radar. Quando poi un episodio violento coinvolge una persona con disturbi mentali, il dibattito pubblico si concentra altrove: sulla nazionalità, sulle origini, sulla “sicurezza”, su categorie identitarie che parlano alla pancia più che alla realtà dei fatti.

Questa strategia narrativa produce due effetti distorsivi: sovraespone l’elemento identitario, come se l’essere “di seconda generazione” fosse una causa o un’aggravante. Oscura la dimensione clinica, che invece è centrale per comprendere cosa non ha funzionato nella prevenzione, nella cura e nella protezione di tutti: della vittime, della comunità e della stessa persona malata. Analizzare un caso simile ignorando la malattia mentale significa rinunciare a interrogarsi su ciò che davvero avrebbe potuto evitare la tragedia: percorsi di cura discontinui? Sostegni familiari insufficiente? Episodi pregressi sottovalutati? Mancanza di posti, risorse e équipe dedicate? Queste sono le domande scomode che spesso non trovano spazio nel discorso pubblico.

Il rischio è duplice: alimentare stigma verso intere comunità e, al contempo, rafforzare quello verso le persone che convivono con una patologia psichiatrica, che nella stragrande maggioranza dei casi non sono affatto pericolose. Se si vuole davvero prevenire episodi simili, il punto non è l’origine geografica delle persone, ma la qualità  o la fragilità  dei percorsi di cura disponibili. La sicurezza non si costruisce con narrazioni identitarie, ma con investimenti nella salute mentale, strutture intermedie, servizi continui e personale adeguato.

La tragedia di Modena non è solo un fatto di cronaca: è uno specchio che mostra un Paese ancora incapace di affrontare la malattia mentale senza paura, senza tabù e senza cercare colpe altrove.

Natalia Bandiera

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su: