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Italia, patria del tuffo: Bastoni e la Nazionale a punti (con bollini e inchini finti)

Il “mestiere” che avvelena lo sport

C’è un dettaglio che in Italia continuiamo a chiamare “mestiere” e invece è anti-sport allo stato puro: la simulazione che produce un’espulsione. Il caso Bastoni in Inter–Juventus non è una baruffa da moviola, è una cartolina educativa spedita ai giovani con scritto: se reciti bene, il regolamento lo pieghi. E quando a recitare è un nazionale, il danno è doppio: non è l’inesperienza di un ragazzino, è una scelta consapevole.

Lealtà sportiva: optional da conferenza stampa

Qui entra in gioco un principio che nello sport dovrebbe essere la base, non un optional da conferenza stampa: la lealtà sportiva. Senza lealtà, la competizione diventa teatro dell’inganno: il confronto si trasforma in truffa, il merito in sceneggiatura. Se un calciatore “costruisce” un fallo che non c’è per far cacciare l’avversario, quello non è agonismo: è frode sportiva in diretta, con tanto di replay.

Rosso mancato, squalifica dovuta: terapia d’urto, non predica

E allora diciamolo senza giri di parole: Bastoni andava espulso. Non per il contatto (che non c’è), ma per la condotta: simulazione plateale, decisiva, finalizzata a un provvedimento disciplinare contro un avversario già ammonito. Se in campo non lo hanno espulso, va squalificato. Non con la carezza moralista del “non si fa”, ma con una sanzione che abbia un senso: almeno cinque giornate. E con lui, per coerenza, tutti gli specialisti della caduta controllata, quelli che si allenano più sulla capriola che sul controllo orientato.

La Nazionale come tessera fedeltà: raccogli 10 tuffi, vinci l’azzurro

Lo so già come va a finire: talk show serali, ex calciatori e commentatori che spiegano che “fa parte del gioco”, che “si è sempre fatto”, e soprattutto che “Bastoni deve comunque andare in Nazionale”. Certo: perché la maglia dell’Italia, a quanto pare, è diventata una tessera punti. Dieci simulazioni, un’espulsione procurata, e in omaggio una convocazione. Mancano solo i bollini: “raccolta completa e ti regalo la fascia da capitano”.

La maglia azzurra non è un premio di produzione

No. La Nazionale non è un premio di produzione né un diritto acquisito: è un simbolo. Chi la indossa rappresenta anche un’idea di Paese e di sport. E se vogliamo davvero parlare di educazione, il messaggio deve essere semplice: chi viola la lealtà sportiva non rappresenta l’Italia, almeno finché non dimostra di aver capito. Non bastano le scuse a microfono acceso e il sopracciglio contrito: servono conseguenze.

Il campionato degli attori non protagonisti

E già che ci siamo, approfittiamone per un’opera di igiene: basta con il campionato degli attori non protagonisti, dove il “miglior interprete” si decide a colpi di rallenty. Cinque giornate non sono vendetta: sono una terapia d’urto. Perché se continuiamo a premiare i furbi e a punire solo gli ingenui, ai ragazzi resterà l’unica lezione che questo sistema ripete da anni: non importa come vinci, basta vincere. E a quel punto non chiamiamolo più sport. Chiamiamolo spettacolo. Con buona pace, appunto, della lealtà sportiva.

Dallo sci al calcio: inchini veri contro inchini… di facciata

E per capire quanto siamo lontani dal concetto di sport, basta guardare altrove: nello sci, quando una campionessa come Federica Brignone domina una gara, capita di vedere le avversarie appena battute omaggiarla con gesti simbolici — inginocchiandosi o inchinandosi davanti alla sua bravura. È un linguaggio semplice: “sei stata più forte, onore a te”. Altro che la cultura del calcio in cui troppo spesso si cerca l’applauso non con il talento ma con la furbata, e si finisce persino a deridere l’avversario invece di rispettarlo. In due immagini c’è tutto: da una parte il merito celebrato, dall’altra l’inganno normalizzato.

mauro di saltanizzo

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