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La missione giornalistica secondo Indro Montanelli

Se di un giornalista non hai compreso attraverso i suoi scritti il pensiero politico, devi fargli i complimenti. Lui si che è un vero giornalista. Se noti che pur conoscendo un vocabolario di parole forbite, non le usa perchè gli importa di farsi capire e non di “esibirsi”, ha compreso la mission giornalistica in pieno. Per Indro Montanelli il giornalismo non era una professione da esercitare dall’alto di una cattedra, ma un mestiere. Una parola che ricorre spesso nei suoi scritti e che racchiude un’idea precisa: il giornalista non è un maestro chiamato a impartire lezioni né un intellettuale che scrive per compiacere sé stesso. È, prima di tutto, un professionista al servizio del lettore.

Il lettore per lui non è un destinatario passivo da persuadere a ogni costo, ma la ragione per cui un giornale esiste. La fiducia diventa quindi il patrimonio più prezioso di chi scrive e, una volta perduta, è estremamente difficile recuperarla.

Per Montanelli, questa fiducia si conquista con un principio semplice quanto rigoroso: non ingannare mai il lettore. L’enfasi artificiosa, la ricerca dello scandalo fine a sé stesso, la spettacolarizzazione dei fatti possono forse garantire un successo immediato, ma nel lungo periodo finiscono per compromettere la credibilità di chi informa. Un errore può capitare, soprattutto quando si raccontano fatti ancora in evoluzione; ciò che distingue un giornalista serio è la disponibilità a riconoscerlo pubblicamente e a correggerlo con trasparenza.

Altrettanto centrale è il linguaggio. Montanelli rifiutava l’idea di un giornalismo che parlasse una lingua accademica, distante e autoreferenziale. Il compito del cronista è rendere comprensibile la realtà, non complicarla. Scrivere in modo chiaro non significa semplificare i contenuti o rinunciare alla precisione, ma rispettare il tempo e l’intelligenza di chi legge. La chiarezza, nella sua visione, non è un abbassamento del livello culturale, bensì una forma di responsabilità.

Essere al servizio del lettore non significa però assecondarlo o confermarne sempre le convinzioni. Al contrario, il giornalista ha il dovere di raccontare anche ciò che può risultare scomodo, mettendo il pubblico nelle condizioni di comprendere i fatti e di formarsi un’opinione autonoma. Informare non equivale a blandire, ma neppure a giudicare dall’alto: significa offrire gli strumenti per capire.

Il giornalista non deve imporre la propria opinione. È inevitabile che ogni cronista abbia una sensibilità, una cultura e un punto di vista, ma il suo compito consiste nel raccontare i fatti con completezza, evitando che il commento prevalga sulla cronaca. L’opinione può emergere dalla scelta delle parole, dall’ordine con cui vengono presentati gli elementi di una vicenda, dall’importanza attribuita ai diversi aspetti della notizia. Proprio per questo chi scrive deve essere consapevole della responsabilità che accompagna ogni scelta narrativa.

Montanelli riconosceva che un’assoluta neutralità è impossibile. Ogni racconto implica inevitabilmente una selezione e una gerarchia delle informazioni. Ciò che distingue il buon giornalismo non è l’illusione dell’oggettività perfetta, ma l’onestà intellettuale con cui questa inevitabile soggettività viene esercitata: senza manipolare i fatti, senza omettere ciò che è rilevante e senza piegare la realtà a una tesi precostituita. Essere al servizio del lettore significa allora svolgere un ruolo che è insieme professionale ed etico: verificare i fatti, raccontarli con chiarezza, ammettere gli errori quando si commettono e rinunciare alla tentazione di trasformare l’informazione in propaganda o spettacolo. Per Montanelli era questa, in fondo, la missione più autentica del giornalismo: non guidare il lettore per mano, ma metterlo nelle condizioni di comprendere il mondo e di giudicarlo con la propria testa.

Montanelli, fondatore de Il Giornale, morì 22 luglio 2001 a 92 anni, ma questo conta molto poco rispetto alla lezione che ci ha lasciato.

N. B.

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