Una sera di primavera, un gesto di civiltà. Un padre vede un gruppo di ragazzi lanciare bottiglie contro la vetrina di un negozio e li richiama, come dovrebbe fare ogni adulto che ancora crede nel rispetto e nel senso civico. In risposta, riceve una violenza inaudita: lo circondano, lo colpiscono, continuano finché non si muove più. Accanto a lui, la compagna urla, e un bambino di undici anni stringe la mano del padre, implorando: “Alzati papà. Ti prego.”
Ma quell’uomo non si alzerà più.
Un gruppo di adolescenti ha tolto la vita a un padre, e con essa ha schiacciato l’idea stessa di comunità educativa. La colpa, secondo i tuttologi del web, è dell’alcol, delle sostanze, del branco, dei modelli sbagliati. Ma la verità, come scrive lo psicopedagogista Stefano Rossi, autore di “Genitori in ansia” (Feltrinelli), è più scomoda: “Questo padre ha provato a non girarsi dall’altra parte… ma ha pagato la cecità di TUTTI gli adulti che, prima di quella sera, si sono girati dall’altra parte.”
La violenza giovanile non esplode all’improvviso. È un virus che cresce in silenzio tra le pieghe dell’indifferenza, dell’educazione delegata, del “non è compito mio”. E quando scoppia, non è più un fatto di cronaca, ma una resa educativa.
Rossi invita a guardarci dentro, non solo come genitori, ma come società: “Se sei un genitore, ti chiedi se stai educando tuo figlio all’empatia o se, nei tuoi comportamenti quotidiani, sei il primo a dare esempio di prepotenza? Se sei un insegnante o un allenatore, ti occupi delle emozioni dei ragazzi o solo delle loro prestazioni? Se sei un politico, stai promuovendo davvero una cultura dell’educazione emotiva, o preferisci gridare slogan dopo la tragedia? Se sei un personaggio pubblico, il tuo linguaggio crea connessioni o alimenta il culto della forza, del disprezzo, della sopraffazione? E se sei un adolescente, come usi il tuo fuoco: per bruciare o per scaldare?”
“Non si diventa lupi in una notte”, scrive Rossi. “Lo si diventa un morso alla volta. Mentre nessuno, attorno, se ne cura.”
Ecco il punto: la violenza non nasce nel buio della periferia, ma nel vuoto degli sguardi. Nel tempo non dato, nelle parole non dette, nell’educazione emotiva mai impartita. Ogni volta che un adulto lascia correre, ogni volta che un ragazzo cresce senza qualcuno capace di insegnargli a provare empatia, la società perde un frammento di umanità.
Non basta invocare più sicurezza, più pene, più controlli. Serve una presa di coscienza collettiva. L’educazione non appartiene solo alla famiglia, né solo alla scuola: è un compito civile che riguarda tutti.
Dobbiamo leggere, formarci, agire, come scrive Rossi. Perché senza educazione emotiva e senza adulti presenti, continueremo a crescere generazioni che confondono la forza con il potere, la rabbia con il coraggio, la violenza con l’identità.
Quel padre è morto per aver mostrato ai ragazzi un confine tra rispetto e vandalismo. Ma quel confine non avrebbe dovuto essere lui a tracciarlo, da solo, in mezzo alla notte.
Quel confine andava insegnato anni prima, nelle case, nelle scuole, negli stadi, sui social, ovunque i ragazzi imparano a essere ciò che diventano.
E allora la vera domanda, per noi adulti, è semplice e terribile: quanti delitti di Massa Carrara ancora dovremo contare, prima di tornare a educare davvero?
N.B.