L’omicidio di Giacomo Bongiorni a Massa Carrara è uno di quei fatti che non si riesce a far scorrere via, nonostante la velocità con cui la cronaca ci abitua a inghiottire, digerire e dimenticare tutto. È un evento che lacera, perché racconta una verità più grande e più inquietante: la violenza giovanile non ha confini, non guarda il territorio, non guarda l’età. E quando esplode, travolge tutto ciò che trova davanti, anche la vita di un padre che aveva osato richiamare dei ragazzi al rispetto.
Giacomo aveva 47 anni. Era una serata qualunque, condivisa con la compagna, il figlio di undici anni e alcuni amici. Un rimprovero, un gesto di civiltà, è bastato a trasformare quella normalità in un incubo. Lo hanno ucciso sotto gli occhi di suo figlio. A dirlo, con un dolore che attraversa ogni parola, è il vescovo di Massa Carrara-Pontremoli, Mario Vaccari. Il suo messaggio non è solo una presa di posizione: è un grido.
Il vescovo non cerca scorciatoie né morale facili. “Non ho ricette”, scrive. Ma non riesce – e non possiamo riuscirci neanche noi – a trattare l’accaduto come l’ennesima notizia da scorrere sullo schermo. Perché ciò che emerge dalle prime ricostruzioni è terribile nella sua nitidezza: la sproporzione della reazione, la rapidità con cui si è passati dalle parole alla violenza estrema, l’assenza totale di freni, di pensiero, di consapevolezza. Ragazzi giovanissimi che non si sono fermati nemmeno un secondo a riflettere sulle conseguenze delle loro azioni.
È qui che il fatto di Massa Carrara smette di essere “locale” e diventa universale. È la storia di un’Italia, e di un mondo , in cui una parte della gioventù sembra aver perso la capacità di distinguere il bene dal male, di controllare l’impulso, di riconoscere l’umanità dell’altro. La storia di un vuoto educativo che si allarga, fatto di adulti distratti, istituzioni fragili, comunità che non dialogano più.
Vaccari pone domande che pesano come macigni: Cosa stiamo diventando? Cosa stiamo trasmettendo alle nuove generazioni?
Non esistono risposte semplici. E diffidare di chi pretende di averne è già un primo atto di onestà.
Ma una cosa è certa: evitare di far risuonare queste domande nelle nostre coscienze sarebbe la sconfitta più grande.
Perché ciò che è accaduto a Giacomo non è solo un omicidio. È un segnale, durissimo, che ci costringe a guardare senza filtri la realtà che abbiamo davanti: una generazione che in troppi casi cresce senza strumenti emotivi, senza modelli, senza limiti chiari. E una società che spesso si accorge del problema solo quando è già esploso.
La comunità di Massa Carrara non vuole restare inerme. L’Italia non deve restare inerme perchè fatti di questo genere li leggiamo troppo spesso ed i morti iniziano a contarsi. Tra le tragedie un elemento comune. la futilità con cui scatta la violenza assassina. La facilità con cui si ammazza qualcuno senza avere paura delle conseguenze e senza il minimo rispetto per il valore-vita.
Se una tragedia del genere ci lascia qualcosa, è la consapevolezza che non possiamo più permetterci di ignorare i segnali, di minimizzare il disagio, di considerare la violenza giovanile come un fatto circoscritto nella geografia o nel destino di pochi.
Questa ferita ci invita, anzi, ci obbliga, a ricostruire un patto educativo, a tornare presenza, guida, ascolto. A restituire ai giovani quello che una società disattenta ha tolto: la capacità di dare un nome alla propria rabbia, di gestirla senza distruggere, di riconoscere nell’altro una vita, non un bersaglio. L’eredità più vera e più dura di ciò che è accaduto a Massa Carrara è tutta qui: non possiamo cambiare ciò che è successo, ma possiamo decidere cosa farne. E tra le soluzioni proposte dai tuttologi del web, che a volte vengono espresse con una violenza di parole, che fanno riflettere sui toni, sarebbe ora che si intervenisse seriamente. Magari affidandoci a chi ha studiato questi fenomeni. Non si può più morire per aver osato rimproverare un branco di giovani pronti ad ucciderti.
N. B.