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Truffe romantiche, la vergogna non è dei truffati ma di chi li deride

Le chiamano truffe romantiche, e già il nome sembra una contraddizione. Dentro ci sono poco amore e molta violenza psicologica. Sono storie che cominciano con un “ciao” in chat e finiscono con conti svuotati, fiducia spezzata e una vergogna che spesso pesa più dei soldi persi.

Lo schema, più o meno, è sempre lo stesso. Tutto nasce online: un social, un’app di incontri, una piattaforma qualsiasi. Dall’altra parte dello schermo compare qualcuno che sembra “giusto”: foto curate, profilo convincente, magari una professione rassicurante, un’apparente stabilità. In alcuni casi è persino un volto noto rubato dalla rete: militari, medici, imprenditori, artisti. È la prima, grande bugia.

Poi arrivano i messaggi. Non quelli frettolosi a cui siamo abituati, ma lunghi, attenti, quotidiani. Buongiorni, buonanotte, confidenze, ascolto. Il truffatore fa esattamente ciò che spesso manca nella vita reale: c’è, scrive, ricorda i dettagli, sembra interessato davvero. Per chi attraversa un momento di solitudine, un lutto, una separazione, un cambio di vita, quella presenza può diventare in poco tempo qualcosa di prezioso. Non è “ingenuità”, è bisogno umano.

La relazione cresce. Si parla di passato, di paure, di sogni. Si comincia a immaginare un incontro, una vita insieme, un progetto condiviso. Dall’esterno è facile pensare “ma non si rende conto?”. Da dentro, però, la prospettiva è molto diversa: il rapporto è stato costruito giorno dopo giorno, con una pazienza che nelle relazioni vere, spesso, non c’è. E soprattutto, non è stato presentato come una truffa, ma come un amore.

È solo quando la fiducia è ben consolidata che entra in scena il vero obiettivo: il denaro. Quasi mai in modo diretto o brutale. Arriva una difficoltà improvvisa, un problema di salute, un blocco sul lavoro, un contrattempo burocratico. Sempre qualcosa che, se non risolto, rischia di mandare all’aria i progetti fatti insieme. Il sottotesto è chiaro: “se mi ami, mi aiuti”. All’inizio le richieste sono contenute, cifre che una persona può anche permettersi “per una volta”. Poi, se la risposta è positiva, l’asticella si alza. Emergono altri problemi, nuovi contrattempi, presunte emergenze. E intanto il linguaggio resta quello dell’amore: “sei la sola persona di cui mi fido”, “non ho nessun altro”.

Dietro queste storie, quasi mai c’è un singolo improvvisato. Molto più spesso si tratta di gruppi organizzati, che gestiscono decine di profili falsi, studiano le vittime, tengono traccia delle conversazioni, decidono cosa scrivere, quando sparire, quando tornare. È un lavoro a tutti gli effetti, solo che il prodotto venduto è finto e il prezzo lo pagano gli altri, in soldi e in pezzi di vita.

Il punto, però, è un altro: chi ci casca non è uno sprovveduto. Le ricerche su queste truffe mostrano vittime di ogni tipo: persone con studi, professioni solide, perfino competenze digitali buone. A fare la differenza non è l’intelligenza, ma il momento esistenziale. Nessuno è impermeabile quando si toccano corde come la solitudine, il desiderio di essere visti, la paura di restare indietro nella vita rispetto agli altri.

E poi c’è l’impatto quando il castello crolla. Quando finalmente arriva il dubbio, o qualcuno dall’esterno apre gli occhi della vittima, la ferita non è solo economica. Per mesi, a volte per anni, quella persona ha creduto di essere amata. Ha raccontato sé stessa, ha fatto progetti, ha sognato. Scoprire che dall’altra parte non c’era nessuno, se non un truffatore freddo e organizzato, significa dover riscrivere completamente una parte della propria storia recente. È un trauma a tutti gli effetti.

Sopra a tutto questo, però, spesso si aggiunge un secondo strato di dolore: il giudizio. Le battute sui social, i “io non ci sarei mai cascato”, i “se l’è cercata”. È un riflesso comprensibile – ci difendiamo pensando che a noi non potrebbe accadere – ma è anche il modo migliore per proteggere i truffatori. Perché più una vittima si sente stupida, ridicola, sola, meno sarà disposta a denunciare. E senza denuncia, questi reati restano nell’ombra.

Guardare in faccia il fenomeno delle truffe romantiche significa accettare una verità scomoda: nessuno è completamente al sicuro, se trova dall’altra parte qualcuno capace di toccare, con metodo e pazienza, il tasto giusto nel momento giusto. E allora il tema non può essere “come hanno fatto a cascarci?”, ma “come facciamo a impedire che succeda ancora e ancora, alle stesse persone o ad altre?”.

Questo richiede tre cose: informazione, perché riconoscere alcuni segnali , richieste di denaro, fretta, impossibilità di vedersi davvero, uso di strumenti di pagamento non tracciabili,  può salvare da grossi guai; azione, da parte delle forze dell’ordine e delle piattaforme, per individuare e spegnere i profili sospetti; e soprattutto rispetto per chi è già caduto nella trappola.

Perché chi si presenta in una caserma o in un commissariato e dice “mi sono innamorato di qualcuno che non esiste” sta già facendo un atto di coraggio enorme. In quel momento non ha bisogno che qualcuno gli spieghi quanto è stato ingenuo. Ha bisogno di qualcuno che, per una volta, non lo tratti da complice del proprio raggiro, ma da vittima di un meccanismo studiato per colpire proprio dove siamo più umani: nel desiderio, mai del tutto estinto, di essere amati.

N.B.

 

Schio. Si finge star della musica e seduce una fan per svuotarle il portafoglio. Smascherata la “regina” delle truffe romantiche

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