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In Veneto cala la violenza sulle donne: “Il lockdown impedisce di denunciare”

Potrebbe essere il lockdown la causa del calo della violenza sulle donne in Veneto. Un dato tutt’altro che positivo insomma, visto che proprio dalla Regione Veneto arriva una riflessione che fa rabbrividire: “In questi mesi di pandemia i servizi sociali hanno segnalato un calo del 20% della violenza sulle donne, ma i dati ci portano a pensare che la diminuzione dipenda dall’isolamento dovuto al rischio contagio”.

Molte donne erano chiuse in casa quindi, magari in balìa dei loro aguzzini e per questo non hanno denunciato.

“Metteremo tutto il nostro impegno affinchè il covid non sia complice di una minor emersione del fenomeno”, è il commento del presidente Luca Zaia.

“Nel primo semestre del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, i contatti o gli accessi preliminari sono diminuiti del 20% e le prese in carico del 10%. Questo confronto porta a concludere che la tendenza per l’anno 2020 è dovuta ad un calo dei percorsi specifici; un trend preoccupante perché lo riteniamo non dovuto ad una significativa riduzione dei casi ma ad un contenimento dell’emersione del fenomeno a cui non sono estranee alcune situazioni di isolamento a causa del rischio di contagio”, spiegano dalla Regione Veneto.

Zaia è intervenuto in occasione della Giornata Mondiale per il contrasto alle violenze sulle donne, esprimendo tutta la solidarietà alle vittime.

“Ogni volta che si consuma un atto di violenza su una donna non è sufficiente condannare il fatto ed esprimere solidarietà alla vittima. Il lavoro dei centri specializzati, che solo l’anno scorso hanno ricevuto 7.127 nuovi contatti e seguito con un percorso specifico 3.174 donne, è sicuramente importante ma i dati sono tali da rendere necessario interrogarsi ogni giorno su quale è il nostro atteggiamento reale nel combattere questa piaga sociale tanto deprecabile e così difficile da debellare. In questo periodo di pandemia la riflessione si fa più pressante – prosegue Zaia – perché le restrizioni per contrastare il contagio sembrano, in certa misura, aver ricondotto il fenomeno tra le mura delle case. Il mio pensiero va alle donne che hanno avuto il coraggio di reagire a queste situazioni ma soprattutto a quelle che non lo fanno e continuano a sopportare per un’infinità di motivi che vanno dalla paura all’amore per i figli fino alle difficoltà economiche che le costringono a rimanere con un partner violento.  Il confronto del primo semestre del 2019 con quello di quest’anno porta a concludere che, da gennaio, la tendenza è di un calo dell’attivazione di percorsi specifici a favore di vittime, in particolare da parte dei centri antiviolenza.  Non possiamo accettare che ci siano donne che pagano la situazione legata al Coronavirus anche con questa sofferenza. Ancor meno accettabile è che il Covid tra i tanti danni che ha provocato, si renda anche complice di favorire la violenza domestica”.

La Regione Veneto comprende 25 centri specifici, 35 sportelli diffusi in ogni provincia e 23 case rifugio. “Invito ogni donna che ha subito atti di violenza o si senta minacciata a farsi forza e a non esitare – ha concluso Zaia – I nostri bravissimi operatori sono pronti a offrire un abbraccio e tanta professionalità perché possa superare una simile esperienza e tornare a guardare a una vita di riscatto”.

I numeri della violenza sulle donne in Veneto

Sono 3.174 le donne seguite con percorso specifico dai Centri antiviolenza del Veneto in tutto l’anno scorso. Una flessione minima, 82 in meno, rispetto alle 3.256 del 2018 mentre è più marcato il calo del numero delle donne che si sono rivolte per un primo contatto ad uno sportello o ad un centro antiviolenza: 7.127 rispetto alle 8.464 del 2018.  Sempre nel 2019 sono state 2.182 le prese in carico ex novo e 984 le conclusioni o interruzioni di percorso. Nello stesso periodo, sono 215 gli uomini “maltrattanti” presi in carico dai 7 centri veneti specializzati e monitorati dalla Regione.

In occasione della Giornata mondiale per il contrasto alle violenze sulle donne (25 novembre), i dati vengono resi noti dall’assessore alla Sanità ed ai Servizi Sociali Manuela Lanzarin, annunciando la consueta pubblicazione annuale del report: “Un documento che quest’anno ci invita ad una maggiore attenzione. Le restrizioni dovute alla pandemia, infatti, per molte donne sono un motivo di ulteriore ansia e pericolo. Alla tensione del rischio di contagio per sé e i familiari si aggiungono quelli di un confinamento con quel partner che molto spesso è l’autore di violenze fisiche o psicologiche. Il tutto in un clima che, purtroppo, lascia spazio all’esasperazione dei rapporti e l’insofferenza e più facilmente rende testimoni di situazioni gravi anche i bambini. Il report dice a queste donne che i mezzi per reagire ci sono, che altre come loro hanno trovato il giusto sostegno per la via del riscatto, che c’è chi non ignora il problema e garantisce i servizi indispensabili per debellare questa piaga”.

L’analisi della situazione, segnala come l’invio della vittima ai Centri Antiviolenza avviene sempre più frequentemente da parte di servizi territoriali (servizi sociali, medico di base, Forze dell’Ordine, Pronto soccorso, consultori, psicologo o psichiatra). Tramite questi canali, infatti, si registra ormai nel 31% dei casi a fronte del 27% dell’anno precedente.

“Questo significa che una donna su tre ha conosciuto e contattato il centro grazie al lavoro di squadra tra i servizi e che la rete inizia a dare risultati ragguardevoli – ha sottolineato l’assessore – Le 23 Case rifugio l’anno scorso, hanno registrato complessivamente un totale di 29.219 presenze giornaliere, dato anche questo in crescita rispetto all’anno precedente che ne ha contate 22.403. L’insieme riassume un’attenzione al problema ormai ben radicata e un impegno importante: 67 donne hanno conquistato una propria autonomia personale, 43 quella abitativa e 47 quella lavorativa. Sono numeri, però, che non ci consentono di abbassare la guardia; 25 donne, purtroppo, hanno fatto rientro nel proprio ambiente familiare. Dico purtroppo perché l’82% dei casi di violenza rilevati nel Veneto avviene nell’ambito di quelle relazioni che neanche per convenzione possiamo definire affettive”.

L’ambito relazionale e “affettivo” si conferma la circostanza principale dei casi di violenza: il 62% vede coinvolti i coniugi o i partner conviventi e non conviventi delle donne, all’interno quindi di relazioni in corso. A questo va aggiunto un altro dato: il 22% circa della violenza è generata da relazioni concluse a causa dell’ex coniuge o partner.

“L’essenzialità dei numeri disegna un dramma, che se è tale per la dimensione personale della donna coinvolta, la cronaca ci ricorda che è tale per tutta la società – ha proseguito Manuela Lanzarin – La Regione del Veneto, ormai da anni, è impegnata nell’assicurare le necessarie risposte alle donne vittima o minacciate di violenze. L’investimento di risorse finanziarie a riguardo è importante. A cominciare dai 700mila euro destinati dal bilancio regionale a specifici progetti individuali di autonomia per le vittime prese in carico dalle strutture. Interventi per 2 milioni 317.128 euro, poi, sono garantiti dall’utilizzo delle risorse statali assegnate alla Regione con DPCM del 4 dicembre 2019 per la ripartizione del Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità 2019, a favore delle Regioni e delle Province autonome”.

C’è un altro importante lavoro. In Veneto, ad oggi, le strutture attive per il trattamento dei “maltrattanti” sono 7, tutte aperte negli ultimi sei anni e prevalentemente gestiti grazie al terzo settore (Padova, Rovigo, Montebelluna, San Donà di Piave, Venezia, Bassano del Grappa, Verona). Ogni struttura è dotata di una equipe di psicologi, psicoterapeuti, educatori professionali e sociologi, sia uomini che donne.

“In circa il 77% dei casi, infatti, il primo contatto si traduce in una presa in carico. Nel 2019, comunque, si sono registrate 43 interruzioni del percorso iniziato pari circa al 20%, causate prevalentemente da abbandono volontario, motivi di lavoro, cambio di residenza, invio ad altri servizi, valutazione di non idoneità alla tipologia di percorso, anche incarcerazione. L’obbiettivo deve rimanere quello di portare a compimento il maggior numero possibile di percorsi. Questo anche a beneficio del ‘maltrattante’ che riceverà l’opportuna cura ma soprattutto a tutela della donna. Il 16% degli uomini seguiti ha già precedenti per violenza. Significa che, una volta riconosciuta una situazione su cui intervenire, va percorsa ogni via per prevenire recidive”.

di Redazione Altovicentinonline