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Lega e 5 Stelle come il Gattopardo: litigare per non cambiare nulla

Foto IPP/Gioia Botteghi Roma 05/05/2019 trasmissione Mezz'ora in più - puntata speciale sulle elezioni europee nella foto: Luigi Di Maio ministro del lavoro e dello sviluppo ecomonico (movimento 5 stelle M5S) con alle spalle una foto di matteo salvini Italy Photo Press - World Copyright

L’importante, per governare senza cambiare nulla, è mettersi, o trovarsi, un nemico in casa. Una regola aurea, cara soprattutto i governi della Seconda Repubblica e, per questa ragione, rispettata rigorosamente anche nella Terza. Facilitata da una legge elettorale, il Rosatellum bis, studiata appositamente per paralizzare il Parlamento e, quindi, l’esecutivo. Degni eredi di questa tradizione, consolidata da ben 25 anni, sono Movimento 5 stelle e Lega. Bravissimi ad attaccarsi a vicenda e ad alimentare, con cadenza quotidiana, dissidi sempre nuovi. Fingendo di dimenticare che, di per sé, il contratto sottoscritto quasi un anno fa presumesse uno o più compromessi. Una legislatura, quella attuale, caratterizzata ancora più delle precedenti da una perenne campagna elettorale, da uno stillicidio di slogan fini a se stessi, dalla produzione di provvedimenti quasi sempre demagogici, incapaci di incidere sulla realtà socio-economica dei cittadini. Che avrebbero bisogno di ben altro, anche alla luce di studi recenti, secondo i quali, nel decennio tra il 2008 e il 2017, avrebbero perso l’8,7% del potere d’acquisto del proprio reddito, passandosela meglio unicamente di Cipro e Grecia.

È una ricerca del centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat, a certificare come, a differenza degli altri Paese comunitari, l’Italia non abbia mai messo in campo misure idonee a superare la crisi. Solo i governi di Nicosia (-15,4%) e Atene (-30,8%) hanno saputo fare peggio. Soltanto in altri sei Stati membri su 28 i redditi reali sono tuttora inferiori a quelli del 2008: Portogallo (-0,8%), Irlanda (-1,1%), Belgio (-2,1%), Austria (-3,9%), Croazia (-4,4%) e Spagna (-5,8%). In tutti gli altri, i livelli pre-crisi sono stati recuperati e addirittura oltrepassati. Il potere d’acquisto in Regno Unito e Francia, ad esempio, è salito nello stesso periodo di tempo rispettivamente del 2,7% e del 3,4% e in Germania dell’8,5%. In Paesi dell’Est come Bulgaria e Romania la crescita è stata ancor più significativa, superando il 28%. Ancora, i redditi reali degli inglesi e dei francesi sono tornati ai livelli precedenti nel 2014, quelli tedeschi già nel 2010.

Secondo l’Istat, dall’inizio della crisi a oggi, le famiglie italiane hanno perso in valore assoluto ben 70 miliardi di euro del proprio reddito disponibile, con conseguente riduzione di consumi e risparmi. I consumi totali sono ancora di 15 miliardi inferiori a quelli del 2008 e la propensione al risparmio si è ridotta di un terzo, passando dall’11,6% al 7,7%. Secondo l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del centro studi ImpresaLavoro, le cause del ritardo sono da ricondurre “tanto alla carenza di investimenti pubblici quanto l’oppressione fiscale e legislativa“.

Una situazione sempre più disperata che sembra non toccare minimamente la classe politica peninsulare. Tra il 1994 e il 1995 è stata la Lega nord di Umberto Bossi la protagonista indiscussa del celebre Ribaltone ai danni del neonato governo di Silvio Berlusconi, il primo dell’aera bipolarista. Nel quinquennio 2001-2006 il Cavaliere ha dovuto fare i conti con l’opposizione interna del centristi, con Pierferdinando Casini, allora presidente della Camera, abile a far finta di essere imparziale per poi armare il braccio e la lingua di uno dei vice premier del tempo, Marco Follini. Ruolo ereditato da Gianfranco Fini tra il 2008 e il 2011. Nel centrosinistra, le pugnalate alla schiena di Romano Prodi si sono verificate con cadenza decennale. Eletto presidente del Consiglio nel 1996 e nel 2006, nel 1998 è stato scalzato dall’allora segretario del Partito democratico della sinistra, Massimo D’Alema, a sua volta rimpiazzato dall’ex socialista Giuliano Amato. Nel 2008, addirittura, il conflitto con il suo ministro guardasigilli, Clemente Mastella, ha condotto a elezioni anticipate. Tra il 2013 e il 2018 ha pensato a tutto il Partito democratico, dilaniato da faide interne ancora oggi in atto, che hanno prodotto, nell’ordine, la resa di Pier Luigi Bersani, lo sgambetto di Matteo Renzi all’amico Enrico Letta, con il successivo accantonamento del patto del Nazareno stretto con il centrodestra, la rivolta delle sinistre culminata con la disfatta al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, la scissione con conseguente costituzione di insignificanti e fallimentari partitini e il traghettamento verso il nulla da parte di Paolo Gentiloni. Velo ancora più pietoso sui governi tecnici, come quelli di Lamberto Dini e Mario Monti, capaci solo di peggiorare la situazione degli italiani con provvedimenti squisitamente mirati all’aumento della pressione fiscale.

Oggi, tocca a Luigi DI Maio e Matteo Salvini impegnarsi a battibeccare praticamente su tutto pur di paralizzare le istituzioni. Lo scopo è quello di cambiare tutto per non cambiare niente. La questione meridionale rimane lì, al suo posto, favorita dal perpetrarsi di politiche economiche esclusivamente a sostegno del Nord, come l’accordo sulla nuova via della seta testimonia. La spesa per l’istruzione è tra le più basse della UE ed è destinata a scendere ancora nei prossimi due anni. I livelli di occupazione sono a loro volta i più bassi dell’eurozona, mentre la povertà rimane in costante aumento. Le norme manifesto del governo gialloverde, o non sono in grado di incidere realmente – è il caso di reddito di cittadinanza, quota cento, legittima difesa e decreto sicurezza – o corrono forti rischi, come la Flat tax, di non vedere mai la luce.

Non sembrano destinati a modificarsi nemmeno gli equilibri continentali, stando ai sondaggi più recenti sulle elezioni europee del prossimo 26 maggio. Ragione ulteriore per sospettare che il teatrino messo in scena serva soltanto a mantenere tutto così com’è.

Non si capisce nemmeno di cosa possa stupirsi il M5s quando rinfaccia al Carroccio le alleanze con la destra in Europa, o le posizioni sugli immigrati, l’autonomia, la corruzione, il conflitto d’interessi. Cose note a tutti sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. Quando ancora i pentastellati non erano nati o, se c’erano, evidentemente dormivano. Di contro, era da preventivare, da parte della Lega, lo sbandieramento a convenienza, da parte grillina, della questione morale, o l’ostilità a tutte le forme di progresso come le grandi opere infrastrutturali, tipo la Tav. A ben vedere, l’unica cosa sulla quale si trovano e si sono sempre trovati d’accordo è proprio il mantenimento della situazione attuale. Principalmente al Sud. Dove il posizionamento delle persone sbagliate nei posti giusti e il siluramento di Armando Siri, l’unico consapevole dell’importanza del rilancio di una delle aree più povere d’Europa, assicura il mantenimento del degrado e della marginalizzazione.

Fabio Bonasera