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Schio. Altri profughi a Giavenale. ‘La cooperativa intasca soldi e non fa integrazione’

A Giavenale di Schio l’integrazione dei profughi passa per i parrocchiani. Parliamo di ‘nuovi’ migranti e ‘vecchi’ migranti perché ormai, col passare dei mesi, l’emergenza accoglienza si è stabilizzata in una residenza di fatto.

E da qui la necessità di creare un legame, volenti o nolenti, tra i cittadini e questi ragazzi africani che a poco a poco, grazie alle lezioni impartite per legge, stanno imparando anche la nostra lingua. Ed è probabile che ormai non siano più sufficienti i beni primari per tirare avanti una esistenza lontani da casa e dagli affetti.

Giavenale porta con sé una normale storia di rifugiati o migranti, simile a quella, tanto per fare un paragone nell’Alto Vicentino, di Velo d’Astico. Una decina di ragazzi, per lo più africani e sotto i 25 anni, che non fanno parlare di sé, arrivati con niente e che non pretendono ad oggi niente di più che il tetto sopra la testa e poco altro. La gestione di vitto e alloggio è affidata, come in altri numerosi casi, alla cooperativa Csfo di Monselice (Pd). A raccontarci come vanno le cose sul fronte accoglienza è il presidente del consiglio di quartiere n. 5 di Giavenale Antonio Zanrosso, eletto lo scorso ottobre.

‘Quattro profughi sono stati spostati da Priabona – racconta Zanrosso – e altri quattro sono nuovi, appena arrivati. La maggior parte è del Senegal, i nuovi sono in parte dal Gambia. Ogni tanto li si vede uscire dalla casa in cui risiedono, lungo la Maranese, in località Timonchio. Escono a coppie, per prendere un caffè o giocare a calcio’. Sono solo gli ultimi arrivati per un paese come Schio che ad oggi ne conta ormai un centinaio, ‘in barba’ al protocollo d’intesa per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati non firmato dal sindaco Valter Orsi.

 

Nessun disturbo e nessun danno, in poche parole. Tanto che gli abitanti di Giavenale non li noterebbero nemmeno, il che non aiuta certo a perseguire la tanto sbandierata integrazione. Perché, ad essere realistici, i profughi adesso ci sono, e in qualche modo bisognerà pur gestirli al di là della mera sussistenza fisica.

 

‘La comunità della parrocchia insieme ai volontari della Caritas ha avviato un tentativo di integrazione ­ – racconta Zanrosso – già dallo scorso anno, tanto che abbiamo fatto insieme Capodanno nei locali sotto la canonica. Inoltre sono stati più volte invitati a giocare a calcio dalla A.S.D. Calcio Giavenale. La mia impressione – confida Zanrosso – è che la cooperativa fa poco per loro, anzi, tende ad isolarli. Invece tramite la parrocchia abbiamo già organizzato alcune cene in cui i giovani hanno partecipato. Non mi risulta che altri associazioni abbiamo fatto altrettanto in paese’.

 

 

Marta Boriero