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Bar e ristoranti. Confcommercio: ” c’è una ripresa con investimenti, ma ancora troppa improvvisazione”

 

Il rapporto annuale Fipe-Confcommercio offre una panoramica dettagliata sulla ristorazione italiana nel 2024, sottolineando un’importante fase di ripresa post-pandemia e i nuovi trend che stanno plasmando il settore. Nel 2023, il 41% delle imprese ristorative ha segnalato un miglioramento rispetto all’anno precedente, superando le difficoltà legate alla pandemia e alle tensioni economiche come la crisi energetica. Il rapporto evidenzia un incremento degli investimenti in tecnologie innovative, come la digitalizzazione e l’uso dei robot, riflettendo una spinta verso maggiore efficienza e sostenibilità. L’espansione delle microcatene e la consolidazione delle catene di ristorazione mostrano una crescente diversificazione nel settore, con un importante contributo dei grandi gruppi nazionali e internazionali.

La presenza di donne e stranieri tra i titolari di ristoranti evidenzia la natura inclusiva del settore, contribuendo significativamente all’economia agroalimentare italiana, con un valore aggiunto che supera quello di settori tradizionali come l’agricoltura e l’industria alimentare. Nonostante i segnali di ripresa, il settore affronta ancora sfide importanti, come la scarsità di personale qualificato e gli effetti dell’inflazione sui costi operativi. Il rapporto Fipe 2024 dipinge un quadro di cauto ottimismo per la ristorazione italiana, evidenziando sia significative opportunità di crescita che le inevitabili sfide che il settore deve ancora superare. La resilienza e l’adattabilità dimostrate saranno cruciali per il suo sviluppo futuro.

Alcuni numeri che fanno riflettere

Il tasso di natalità di nuovi bar e ristoranti, in quattro anni, è sceso dal 4,1 per cento al 3,1 per cento. Nel 2019 erano nate poco più di tredicimila nuove insegne, nel 2023 se ne sono aggiunte poco più di diecimila. Ma su 10.319 nuove attività avviate nel 2023, ben 28.012 l’hanno cessata, con un saldo negativo per 17.693 unità, per oltre un terzo concentrato nell’Italia del Nord.

“Saper fare un caffè non significa essere competenti”

«C’è ancora molta improvvisazione e poca consapevolezza delle difficoltà del nostro settore», ammette Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe. «Bisogna capire che ristoranti e bar sono imprese e che come tali vanno gestite, non basta saper fare un caffè o una pizza. L’alto tasso di turnover imprenditoriale nel nostro settore continua a rappresentare un punto di domanda rispetto alla qualità e alla professionalità di chi si dedica a questo mestiere».

A fianco di grandi player nazionali e internazionali, spiega il Rapporto Fipe, si stanno facendo spazio anche piccoli operatori nazionali che già contano oltre un terzo della rete. Sul mercato italiano ad oggi operano oltre 600 gruppi, che ormai coprono fino all’11 per cento dei consumi alimentari delle famiglie italiane, segnando quasi un raddoppio rispetto al 2011. Rispetto alla debolezza di tante imprese costrette a chiudere, le catene riescono a far leva su elevata dimensione e scalabilità per investire in marketing, offrire prezzi competitivi e adottare soluzioni digitali. Aspetti che, per giunta, hanno suscitato l’attenzione di numerosi investitori finanziari, tanto che nel periodo 2018-2022 si sono concluse 28 operazioni di fusione e acquisizione. Un esempio su tutti: “La Piadineria” è stata recentemente acquisita dal fondo Cvc Capital in un’operazione da 600 milioni di euro.

Uno degli aspetti interessanti è che nel settore della ristorazione italiana il tasso di imprenditoria femminile, al 28,9 per cento, è superiore alla media. Con un 12,9 per cento di giovani under 35 che decidono di mettersi in proprio. E una quota del 13,8 per cento di imprese gestite da stranieri.