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“L’economia non va certo così male come si dice! Merito della manifattura”

di  Barbara Weisz di Industriaitaliana.it

Dall’inizio del 2021 fino alla metà dell’anno in corso, quindi in sei trimestri, il pil italiano è cresciuto non solo più di quello tedesco o francese, ma anche di quello della Cina. E «saremo anche nel 2023 uno dei Paesi con la maggior robustezza in termini economici. La manifattura continua a esportare, sia pure con il rallentamento degli ultimi mesi, e il mercato interno non è crollato. Il vero problema è il razionamento, possibile, del gas. Ma è un problema che avremo in tanti, non solo l’Italia». Marco Fortis, economista dell’Università Cattolica e direttore della Fondazione Edison, resta convinto che l’Italia abbia dei fondamentali solidi, su cui continuare a puntare anche in un contesto mondiale ed europeo che «non è mai stato così sfavorevole come negli ultimi due – tre anni». Certo, bisogna affrontare le nuove emergenze, con interventi che continuino a calmierare il rialzo del costo dell’energia e dell’inflazione, tenendo sotto controllo il debito, ma soprattutto bisogna vincere la sfida del Pnrr, e rilanciare il Piano Industria 4.0.

Il punto è che l’industria italiana esprime un’eccellenza internazionale, ha saputo modificarsi nel corso degli ultimi anni, ha un’economia dei distretti che le consente flessibilità rispetto alle crisi delle forniture e all’andamento altalenante dei mercati internazionali, un tessuto formato da piccole e medie imprese che in alcuni casi possono anche presentare problemi di dimensioni per sostenere un mercato ormai globale, ma più spesso invece si concentrano su segmenti specifici che rappresentano delle eccellenze. Nautica, macchine per imballaggio, rubinetteria, piastrelle, ceramiche, settori che entrano in quello che la Fondazione Edison definisce i magnifici sette del Made in Italy: Moda, Mobili e building materials, Alimentari e vini, Metallurgia, Macchinari e apparecchi meccanici, Nautica e altri mezzi di trasporto, Farmaceutica e cosmetica.

Il Piano Industria 4.0 è fra gli elementi che hanno maggiormente contribuito a questa ripresa (di cui più avanti forniamo cifre precise), stimolando innovazione e digitalizzazione degli impianti produttivi, innescando una sorta di circolo virtuoso. L’Italia produce macchinari industriali, anzi come appena sottolineato rappresenta un’eccellenza in questo senso, non a caso ha numeri rilevanti anche sulle ultime tendenze del settore, per esempio la robotica; quindi, il piano ha avuto il duplice effetto di ammodernare l’industria e di potenziare un settore di eccellenza. Tanto che, secondo l’economista, bisognerebbe rendere strutturali gli incentivi previsti da quello che oggi si chiama piano Transizione 4.0.

Professore, lei è un noto sostenitore della tesi secondo cui, anche a fronte di periodi di crisi, come l’attuale, la manifattura italiana sia leader mondiale e traini l’economia. È ancora convinto che questo sia vero, in un contesto come quello attuale che vede crisi energetica, inflazione, difficoltà di accesso al credito, e in generale l’impatto della guerra in Ucraina?

«Assolutamente sì. Il contesto mondiale ed europeo non è mai stato così sfavorevole come negli ultimi due- tre anni, è vero, prima per la pandemia e poi con la guerra russo-ucraina, perché i rialzi dell’energia mettono sotto stress la filiera, soprattutto i settori energivori. E determinano aumenti di costi, che poi si scaricano a valle anche su altri settori. In sintesi, oggi il contesto sotto il profilo energetico è pessimo. Sul fronte dei mercati, a eccezione degli Usa, dove le nostre esportazioni vanno bene anche grazie al cambio basso dell’euro, abbiamo l’Asia molto dissestata, la Cina è un mercato fermo perché al momento è in una situazione difficile per il protrarsi del Covid, è un paese che ha sbagliato la strategia vaccinale, e sta affrontando i problemi con un paio di anni di ritardo. In Italia, invece, negli ultimi sei trimestri, con il governo Draghi, il pil è cresciuto del 7,9%, considerando l’ultima revisione Istat. Mi riferisco ai dati a partire dal quarto trimestre 2020. Cioè dal primo gennaio 2021 a fine giugno 2022: dunque, appunto in sei trimestri. Nello stesso periodo, la Cina è cresciuta soltanto del 2,7%, la Germania del 2,1%, gli Stati Uniti del 5,1%, il Giappone dell’1,5%».

 Interrompo un attimo il suo ragionamento per soffermarmi su questo rallentamento della Cina. È dovuto al Covid?

«I ripetuti lockdown hanno bloccato le attività produttive, le imprese cinesi hanno perso quote di mercato, perché molti che si approvvigionavano in Cina hanno cambiato fornitori. Le interruzioni di forniture hanno creato scompensi nelle filiere globali, come nel caso dell’auto tedesca in ginocchio per la mancanza di componenti dall’Asia. E anche molti acquirenti italiani di semilavorati in Cina hanno cambiato rotta: andare in Cina oggi significa fare le quarantene e affrontare difficoltà. È un momento difficile per la Cina. L’Italia, invece, è stata molto abile a sostituire su alcuni mercati, come quello statunitense, i prodotti che non arrivano più».

 Quindi la frenata cinese non è un handicap per l’economia, e in particolare per la manifattura italiana?

È un handicap perché le aziende hanno dovuto rallentare le produzioni e le consegne, penso per esempio all’abbigliamento, o alle calzature, per mancanza di semilavorati. Un po’ di impatto negativo lo abbiamo avuto. Ma noi abbiamo un sistema di filiere interne, non globali ma fra settori italiani, i famosi distretti, che ci ha permesso di reggere meglio di chiunque altro questa fase in cui la globalizzazione ha mostrato la corda per tanti motivi. Uno è il blocco delle forniture, ma pensiamo anche all’aumento dei trasporti. Sono più care merci che prima costavano poco. Quindi le filiere italiane dei distretti sono un’arma vincente. Quando i teorici della globalizzazione dicevano che il nostro sistema era antidiluviano, sbagliavano. Se oggi l’Italia è così forte, lo si deve a due fattori, nell’industria: le filiere sul territorio, e l’ampia diversificazione della produzione e dell’export. Secondo un indice dell’Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo), siamo il paese al mondo con la più alta diversificazione dell’export in termini di prodotti. Diversamente dal modello tedesco, caratterizzato da una grande manifattura (auto, elettromeccanica) in ginocchio per la crisi della globalizzazione causata dal Covid, l’Italia ha una diversificazione tale dell’export che riesce a stare in piedi anche con componenti che scarseggiano. I settori sono tanti, è vero che sono piccoli, ma non nani. La nautica festeggia in queste ore il superamento dei 7 mld di euro di fatturato, abbiamo tanti settori sopra i 5-10 mld come le piastrelle ceramiche, i vini, la rubinetteria e il valvolame, i macchinari, i formaggi, e tantissimi altri non piccoli, ma sempre di grande nicchia, in cui siamo leader mondiali.

 E’ possibile fare qualche esempio?

«Il vino vale più di 10 miliardi di euro. La Francia è ancora ancora davanti, soprattutto grazie a prodotti di alta gamma come lo champagne e i bordeaux, ma noi siamo i primi produttori mondiali in quantità. Prendiamo poi i segmenti dell’agroalimentare: nei formaggi, siamo secondi al mondo per bilancia commerciale positiva, dietro solo all’Olanda. Ma loro vendono prodotti di massa, distribuiti nei supermercati, i nostri formaggi sono il top mondiale per qualità. Abbiamo multinazionali, come Lactalis, basate in Italia, che esportano in Francia, per esempio la mozzarella. Che oggi è il formaggio più consumato dai francesi. Insisto, la nostra industria è unica al mondo. Lo è sempre stata anche quando veniva criticata, perché dicevano che avevamo troppe imprese micro. Ma persino le imprese micro, con meno di 20 addetti, che sostanzialmente sono sub-fornitori, sono un elemento di forza all’interno dei distretti, anche se hanno bassa produttività. Se saliamo di dimensioni, vediamo che le nostre imprese, sia le piccole dai 20 ai 50 dipendenti, sia quelle medie fino a 250 addetti, hanno una produttività più alta delle corrispondenti imprese tedesche. E anche le medio grandi e grandi, sopra i 250 dipendenti, se escludiamo l’auto, hanno a loro volta una produttività più alta della Germania».

I cluster produttivi, spesso sviluppati intorni ai distretti del tessile italiano: Biella, Como, Milano, Bergamo, Brescia, Prato, Vicenza. Le principali mete di esportazione: L’Asia è la principale destinazione, la sola Cina vale 304 milioni di euro (export 2021), Turchia, Pakistan, USA.
 Questo scardina una convinzione generale o sbaglio?

Sì, molti non conoscono questi dati, anche fra economisti, politici, analisti. Sono i dati Eurostat sul valore aggiunto per occupato, che misura la produttività del lavoro, relativi ai settori della manifattura, per classi di addetti. Certo, è bassissima la produttività nelle microimprese. In ogni caso, se le escludiamo (tanto non partecipano significativamente all’export, il loro ruolo preminente è quello di subfornitori), e prendiamo solo le realtà sopra i 20 addetti, negli anni hanno costruito una robustezza significativa. E poi, dal 2015-16, prima con il superammortamento, poi con il rafforzamento della Sabatini, poi ancora con la partenza del piano Industria 4.0 nel 2016, c’è stata un’accelerazione. Non tutte le imprese hanno utilizzato subito i vantaggi fiscali. Ma di fatto nel biennio 2017-2018, tutti i settori della manifattura hanno toccato i massimi storici di investimenti in macchinari. Si è posta la base per il rafforzamento di un sistema che era già forte in realtà, perché aveva superato tre crisi in 15 anni: i primi anni della globalizzazione, con la Cina che ha sottratto quote di mercato, la crisi del 2009 (innestata dal fallimento di Lehman Brothers, ndr), poi l’austerity (avevamo appena risanato l’export, e ci è crollato addosso il mercato interno, perché dovevamo riguadagnare la fiducia verso l’Europa). Questo, grazie a un modello basato su imprese più forti e competitive, anche con dotazioni di capitale superiori rispetto al passato. Quando poi è stata alzata la palla di Industria 4.0, le nostre imprese hanno fatto uno smash poderoso. Se lei va a vedere le serie storiche degli investimenti, trova traccia di una mole di questo tipo solo con il boom post bellico. Avere ammodernato la manifattura, in termini di tecnologie, ricerca e sviluppo, brevetti, ci ha permesso, quando è arrivato il Covid, di essere già la manifattura più competitiva del mondo.

 Ma non siamo la seconda manifattura d’Europa?

Dal punto di vista della produzione sì, è un dato di fatto. Ma in termini di competitività siamo al primo posto. La nostra bilancia commerciale supera i 100 miliardi di dollari. Solo cinque paesi al mondo hanno numeri del genere: Cina, Germania, Giappone, Corea e Italia. Ma noi abbiamo una popolazione meno numerosa, e la manifattura è concentrata nel Nord e nel Centro Italia. È come se avessimo solo mezza Italia, che produce come paesi molto più grossi. È qualcosa di straordinario. E, ripeto, è un modello che è stato dato per spacciato per anni, invece dopo Industria 4.0 è come se fosse diventato iper-vincente. Prima del Covid crescevamo più della manifattura tedesca, e nettamente più di quella francese. La produttività del lavoro è quella cresciuta maggiormente fra i paesi del G7, anche rispetto alla Corea, oppure alla Spagna, per citare altre manifatture importanti. E quando è arrivato il Covid, abbiamo sofferto il lockdown, ma poi siamo ripartiti come dei razzi. La Germania, già scossa dal diesel gate, ha invece manifestato maggiori problemi di approvvigionamento dall’Asia. Perché ha un settore che è solo virtualmente e di facciata made in Germany, ma dipende da paesi esteri, mentre il Made in Italy è ancora prevalentemente Made in Italy a tutti gli effetti. E oggi la manifattura è la principale protagonista del pil 2021, che l’Istat ha appena rivisto al rialzo del 6,7%.

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D. Adesso però la crescita rallenta parecchio e ci sono i problemi congiunturali di cui parlavamo prima. Come se ne esce?

R. Intanto, anche quest’anno la crescita della nostra economia è superiore al previsto, perché sono entrati in campo i servizi, prima sofferenti. La campagna vaccinale ha permesso di tornare alla socialità, sono ripresi i consumi, ben difesi da Draghi anche mantenendo il potere acquisto, con i bonus dei decreti Aiuti. L’inflazione veleggia al 9 per cento, ma è nominale. Perché tante misure introdotte dal governo Draghi, anche se poco reclamizzate, hanno permesso di accrescere il potere d’acquisto degli italiani controbilanciando il rincaro dei prezzi. Per esempio, un lavoratore autonomo, grazie all’assegno unico universale varato dalla ministra Bonetti, se per esempio ha due figli, prende 3mila euro all’anno (mediamente 1500 euro a figlio) che prima non aveva, perché gli autonomi non avevano mai goduto in passato di assegni familiari o detrazioni fiscali. Poi, ci sono stati gli interventi sui carburanti, sulle componenti di oneri di sistema energia e gas. I dati Istat di ottobre sul potere d’acquisto nel secondo trimestre 2022 dimostrano che le famiglie non hanno consumato di più perché hanno dato fondo ai loro risparmi, ma perché è stato sostanzialmente preservato il loro potere d’acquisto. C’è stata poi una mini- finanziaria estiva da 14 mld, una cosa che nessun governo nella storia ha mai fatto, per di più un governo uscente. Sono fatti che hanno sostenuto il potere d’acquisto, e permesso ai servizi di fare da traino al pil nel 2022, dopo che l’industria lo era stato nel 2021. Ma anche l’industria non è crollata quest’anno, perché i settori energivori, che soffrono di più, sono una piccola quota della manifattura italiana. E comunque hanno chiuso i bilanci con grandi risultati anche nel primo semestre 2022. Possiamo preoccuparci nei prossimi mesi, ma questo è un altro discorso. Il sistema per ora ha tenuto.

D. L’impatto negativo dell’attuale crisi energetica, secondo il Def, è nel 2023, quando la crescita si fermerà allo 0,6%. Non le sembra un dato preoccupante?

Qui è tutto un terno al lotto. Intanto, non è che l’Italia vada peggio degli altri. Saremo anche nel 2023 uno dei Paesi con la maggior robustezza in termini economici. La manifattura continua a esportare, sia pure con il rallentamento degli ultimi mesi, e il mercato interno non è crollato. Il vero problema è il razionamento, possibile, del gas. Ma è un problema che avremo in tanti, non solo l’Italia. E comunque stiamo parlando di eventi eccezionali, che non intaccano il giudizio di fondo su crescita di produttività, competitività, dinamicità, del nostro sistema. Lei consideri poi che, secondo me (aspettiamo il pil del terzo trimestre, ma è tipico della scuola draghiana fare proiezioni prudenziali) potremmo crescere più del previsto nel 2022. Già oggi siamo a crescita acquisita del 3,6%. C’è un boom senza precedenti del turismo. Il terzo trimestre potrebbe avere portato il pil in crescita, magari sfioriamo il 4%. Quindi, avere previsto il 3,3 nel Def significa che da ottobre a dicembre ci si aspetta uno stop. Ma io non credo che sarà così forte. Per questo dico che stiamo parlando di stime prudenziali. E quelle del 2023 sono ancora più prudenziali, a fronte di uno scenario in divenire. All’interno del quale abbiamo comunque dei punti di forza, come l’agricoltura prima in Europa per valore aggiunto, l’industria prima al mondo per competitività (forse solo i coreani ci contendono il titolo), i servizi in pieno rilancio, in particolare il turismo. Con un’economia reale così forte, l’importante è non sbagliare adesso politiche economiche. Ma non credo che il nuovo governo si distaccherà molto dalla linea Draghi.

 Dice?

Ma sì, la Meloni metterà in riga Salvini e gli alleati, e adotterà una linea di politica economica non diversa da quella di Draghi. Non significa che ci sarà un inciucio. Vuol dire, per esempio, gestire bene i miliardi del Pnrr. Non è più l’Europa matrigna dell’austerity, la von der Leyen ci ha dato miliardi. Quindi, la prima sfida è gestire bene i 191 miliardi del Pnrr. Bisogna tradurre in pratica gli investimenti, con efficienza e onestà, investendo in infrastrutture, digitale, riforme, giustizia, riduzione dei divari territoriali.

 Con i ritardi sulle strategie contro il caro energia l’Europa non sta tornando matrigna?

R. L’Europa è disorientata, perché non essendoci più una vera leader come la Merkel, il nuovo governo tedesco, che deve inventarsi un ruolo tutti i giorni, insiste nell’errore di fare una politica nazionale, invece che ricercare una linea di solidarietà Ue. La lettera di Paolo Gentiloni e Thierry Breton va nella direzione di un Sure dell’energia. Ma i tedeschi non ci sentono, anche perché l'industria tedesca non ha più la bussola. Resta forte, grandemente patrimonializzata, ma in questo momento non si capisce la strategia industriale tedesca. Quella italiana invece si capisce benissimo, abbiamo i settori da 5-10 mld che vanno tutti a gonfie vele, tutte nicchie di grandissimo successo. Che anche nel pieno di una crisi devastante come questa, riescono a trovare un modus operandi. Poi bisogna considerare tanti settori di nicchia del Made in Italy non sono energivori e non dipendono per i componenti dalla Cina. Pensiamo a un produttore di yacht, o ad altri settori del Made in Italy come le macchine per imballaggio nel distretto di Bologna, in cui siamo leader mondiali. Se in produzione manca qualche pezzo, se lo costruiscono da soli, non fermano la produzione e le consegne. Magari ritardano un po’ le consegne, ma vanno avanti. E questo fatto di essere andati sempre avanti, anche in un contesto così sfidante, è quello che ci ha permesso di stare in piedi anche quest’anno.

 Si diceva che l’Italia fosse in ritardo proprio sulla digitalizzazione 4.0, per esempio rispetto alla Germania, per mancanza di strategia. Lei afferma il contrario. Ritiene che sia merito del piano Transizione 4.0 o sono intervenuti anche altri fattori?

R. Sono tre le componenti chiave. Fare politica industriale con soli sostegni agli investimenti, non produce niente. La Francia ha fatto il piano 4.0 prima di noi, ma non hanno una manifattura paragonabile alla nostra, hanno una quindicina di grandi gruppi. E non ha funzionato. In un sistema come il nostro, invece, la rivoluzione della fiscalità degli investimenti ha permesso a migliaia di imprese di fare le mosse giuste. Hanno investito nelle macchine, nelle tecnologie, nel digitale. Abbiamo imprese che una volta si diceva non sono capaci di innovare: oggi hanno robot, sistemi digitali, sono in cloud, se vendono una macchina a un cliente argentino, gliela controllano da remoto dall’Italia. È un modo di lavorare che solo noi abbiamo sviluppato a questi livelli. E vuol dire non solo avere fatto Industria 4.O, ma averlo applicato a un sistema che lo ha recepito. Renzi e i governi successivi che hanno prorogato Industria 4.0 hanno innestato una cura da cavallo su un sistema che era già sano e dinamico.

l credito d’imposta sugli investimenti in beni immateriali (software) 4.0, nel 2022 passa al 50% (dal 20% precedente). L’agevolazione sulla formazione 4.0, può arrivare fino al 70 o al 50%, rispettivamente per le piccole e per le medie imprese. Queste misure si inseriscono nel più vasto quadro degli incentivi 4.0, aggiornandoli rispetto a quanto già previsto con la legge di Bilancio 2022, che aveva rimodulato le aliquote e, in alcuni casi, prorogato i crediti d’imposta al 2025

 Il punto forte del piano sono stati gli incentivi?

Gli incentivi sono sempre di due tipi. Quelli su Industria 4.0 hanno funzionato senza truffe, frodi, è tutto documentato, in trasparenza assoluta. Il bonus facciate, invece, è stato una cavolata tremenda, la principale causa dei 4,5 miliardi di truffe dell’edilizia nell’ultimo anno. Quindi, se gli incentivi sono trasversali e applicati correttamente, i risultati si vedono. Lo stato ha incassato quantità enormi di IVA sulla vendita di tecnologie, perché invece del pc dalla Cina, le aziende hanno comprato macchine industriali prodotte in Italia. Un volano positivo, le imprese si sono ammodernate, e i produttori di macchinari, che per il 70-80% hanno rifornito l’industria con le proprie macchine, hanno fatto a loro volta dei piani 4.0. Ho visitato un’azienda di valvolame per riscaldamento e risparmio energetico che ha costruito un magazzino avveniristico, verticale, che permette di stoccare materie prime e prodotti finiti, interamente gestito da robot, di colore rosso Ferrari, prodotti a Modena. E quell’azienda di Modena, immagini quanto lavoro ha avuto, e quanti investimenti ha fatto a sua volta. Diciamo che Industria 4.0, è stata la più grande politica industriale italiana degli ultimi 40 anni. Poi, se aggiunge che dopo le tre crisi di cui parlavano, le aziende sopravvissute erano le migliori, che sopra ai 20 addetti sono al massimo della competitività, e se pensa che siamo diversificati come nessun altro al mondo nell’export, abbiamo la combinazione perfetta di fattori vincenti. Ovvero: ammodernamento tecnologico, diversificazione dei prodotti, dinamismo delle imprese.

 Gli incentivi 4.0 però ora diminuiscono progressivamente, lei lo ritiene corretto?

R. Bisogna aggiustare varie cose, per esempio re-introdurre alla grande il patent box. E rendere strutturali gli incentivi estendendoli, come già fatto, ma ampliandoli ulteriormente per la formazione. Ci sono imprese e consorzi che, in assenza di una scuola italiana che non prepara adeguatamente i tecnici, fanno le loro academy sul territorio. Queste iniziative andranno finanziate, perché consentono di riqualificare personale esistente, e di formare i giovani nel modo più consono alle esigenze reali delle nostre imprese.

 Quindi, Pnrr e rilancio di Industria 4.0. Altri consigli da dare al futuro Governo, sempre nell’ottica di stimolare la crescita?

Nell’immediato bisogna continuare con gli interventi per calmierare inflazione e rincari energia, sempre tenendo occhio il debito. Non possiamo rischiare di essere sanzionati dai mercati. Draghi ha fatto un po’ da ombrello umano antispread, ma ora iniziano ad arrivare report sempre più allarmanti dalle agenzia di rating. Io sono convinto che l’Italia abbia dei fondamentali forti, e che quindi le preoccupazioni siano infondate. Ma rischiamo di tornare un sorvegliato speciale, situazione da cui eravamo usciti grazie a Draghi. Per questo ritengo sia importante mantenere la linea Draghi.

Ultima domanda, ancora sul futuro Governo Meloni. Cosa pensa delle politiche economiche che si preparano?

Aspettiamo.  Per usare una metafora, con dieci terzini si gioca in difesa, con dieci attaccanti si fa una partita d’attacco. I programmi che sono stati presentati in campagna elettorale sono promesse, ora bisogna vedere i fatti. Dipende dalla squadra e dalla volontà o meno del Governo di stimolare economia e imprese. Certo, non con interventi come quelli sulla flat tax. Abbiamo avuto una serie di richiami anche dalla Confindustria. Bisogna mitigare la crisi, sapendo che non ci sono risorse infinite. Abbiamo già speso molto con gli interventi sui costi dell’energia e per bilanciare l’inflazione.

Giorgia Meloni si è sempre espressa contro nuovi scostamenti di bilancio, è un buon punto di partenza?

Il buon punto di partenza è buono, ma bisogna vedere come ci riesce. Ha dei traguardi ambiziosi, per esempio sul sostegno alle imprese, bisogna vedere come si riuscirà a raggiungerli senza scostamenti. In linea di principio, questa è la linea Draghi, che io condivido. Qualcuno dice che, se non interveniamo subito, dovremo però fare scostamenti più ampi più avanti. E’ tutto da valutare. Ormai si parla di decine di mld come se fossero noccioline. Ma un punto di pil nominale sono 17 mld. Quando si incomincia a parlare di 30, 40 o 60 miliardi, dobbiamo sapere che cifre di questo genere sono punti di pil. Per fare punti di pil ci vogliono anni, prima di Draghi ci volevano due o tre anni. Adesso abbiamo avuto una crescita che, come detto, è addirittura la più forte a livello mondiale fra i grandi, e una crescita acquisita che è la piu forte del G7 nel 2022. Dobbiamo sapere che questo è dovuto all’uscita da Covid, non sono tassi normali.Torneremo a crescere dell’1, 1,5%, prima che il PNRR possa portare a un aumento del reddito potenziale. Finchè questo non si verifica, tutti i paesi saranno a stento all’1 per cento. Sono previsioni severe, e in un contesto del genere spendere 50 mld a sostegno delle imprese è un’impresa titanica. Draghi ci è riuscito, sfruttando la crescita e il fattore ombrello umano. Nel momento in cui torna la sfiducia sull’Italia, i punti di spread ci costringono a emissioni a tassi più alti, sono cose che ci portiamo dietro da parecchi anni.

(Fonte www.industriaitaliana.it)