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Il ritorno di Tremonti: togliere le bollette ai poveri. I giri di valzer dell’ex ministro

“Sì, sono candidato. Domani avrò tutte le coordinate”. Così Giulio Tremonti conferma a ‘Mezz’ora in più’ di essere candidato con Fratelli d’Italia. L’ex ministro dell’Economia, un lungo trascorso in Forza Italia, intervistato da Lucia Annunziata avvisa: “Bisogna preparare gli italiani a quello che succederà, temo eventi non positivi“, a proposito della ripresa a settembre e del modo in cui la spesa energetica inciderà sui bilanci delle famiglie.

LA PROPOSTA DI TREMONTI SULLE BOLLETTE

Per evitare un autunno pesantissimo per le tasche degli italiani, Tremonti illustra la sua ricetta: “Togliere la tassazione sull’energia, in particolare ai redditi più bassi, e poi intervenire sulla speculazione, perché su questo – osserva – non viene fatto abbastanza”.

Per Tremonti il decreto sugli extraprofitti “doveva dare dieci miliardi ma ne ha dato uno solo e non ne darà più di uno solo, perché un decreto sbagliato“. L’economista sottolinea che, al contrario, “togliere le bollette alle povere persone è fattibile“.

IL CURRICULUM POLITICO (Fonte wikipedia)

Il curriculum politico (Fonte Wikipedia)Candidato nelle liste del PSI alle politiche del 1987 in quanto vicino a Gianni De Michelis, tra il 1979 e il 1990 fu uno stretto collaboratore e consigliere degli ex ministri delle finanze Franco Reviglio e Rino Formica. Per un breve periodo, nel 1993, ha fatto parte di Alleanza Democratica, e poi del movimento politico fondato da Mario Segni, il Patto Segni, con il quale venne eletto deputato nel 1994. Appena eletto, Tremonti passò, attraverso la “Fondazione Liberaldemocratica”, a Forza Italia e votò la fiducia al primo governo Berlusconi, nel quale divenne Ministro delle finanze.

Rieletto alla Camera dei deputati nel 1996 e nel 2001 nelle liste di Forza Italia, entrò a far parte del secondo governo Berlusconi come Ministro dell’economia e delle finanze. Fu così il primo titolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze, dicastero che era stato istituito mediante l’accorpamento del “Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica” e del “Ministero delle Finanze”. Dopo più di tre anni nell’incarico fu costretto alle dimissioni il 3 luglio 2004, in seguito alle forti divergenze in materia di economia con Gianfranco Fini, allora vice Presidente del Consiglio.

Il DPEF per il triennio 2005-2007 proponeva di stimolare i consumi rilanciando il settore immobiliare con l’indebitamento privato, diffuso fra i consumatori statunitensi.
La manovra proponeva di incentivare i contribuenti a ipotecare l’usufrutto e la nuda proprietà della loro abitazione principale, in modo tale da trarre beneficio dalla crescita dei valori di mercato degli immobili e dal calo dei tassi di interesse bancari. Dopo le cartolarizzazioni, questo elemento della cosiddetta “finanza creativa” avrebbe permesso di sostituire i tassi di interesse sul credito al consumo con quelli dei mutui ipotecari, mediamente pari a meno della metà.[1]

La disputa raggiunse toni elevati, al punto che Fini denunciò dei “conti truccati” nella legge finanziaria del 2003, relativi alla differenza di due miliardi di euro fra manovra annunciata e riduzioni effettivamente ottenute, che Tremonti addusse a ragioni contabili.[2] Alla fine, rassegnò le dimissioni, e l’interim del suo ministero fu assunto dal Presidente del Consiglio Berlusconi. In seguito il dicastero venne assegnato a Domenico Siniscalco, cui spettò il compito di impostare la legge finanziaria per il 2004.

Il terzo governo Berlusconi sorto il 23 aprile 2005, all’indomani della crisi politica che aveva investito la Casa delle Libertà dopo la sconfitta delle elezioni regionali del 2005, vide inizialmente ancora il suo successore, Siniscalco, confermato all’economia e finanze. Silvio Berlusconi in quella occasione scelse Tremonti come vicepresidente del Consiglio insieme a Gianfranco Fini, ma, pochi mesi dopo, Siniscalco si dimise sia per divergenze sulle scelte finanziarie, sia per non avere ottenuto l’appoggio del Governo per la sua richiesta di dimissioni del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Il 22 settembre 2005, Tremonti fu nuovamente richiamato al ministero dell’Economia e delle Finanze per la stesura della ultima legge finanziaria prima delle elezioni per il sopraggiunto termine temporale della legislatura. Lasciò l’incarico il successivo 8 maggio 2006, pochi giorni prima della fine della legislatura, cedendo l’interim a Berlusconi per gli ultimi 9 giorni.

Dal 4 maggio 2006 al 28 aprile 2008 (XV Legislatura) è stato uno dei vicepresidenti della Camera dei deputati. Terminata la legislatura in cui è stato all’opposizione contrapponendosi al Governo Prodi II, è tornato dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011, esattamente due anni dopo, al vertice del ministero economico per la quarta volta con il Governo Berlusconi IV.

Il 12 novembre 2011, con le dimissioni di Silvio Berlusconi da Presidente del Consiglio dei ministri, termina la sua attività di ministro.

Il 6 ottobre 2012, a Riccione fonda il movimento “3L” (Lista Lavoro e Libertà per la Patria), in opposizione con il Governo Monti.[3] Il partito raggiunge in dicembre un accordo elettorale con la Lega Nord per le politiche 2013 e per le regionali in Lombardia; detta lista ottiene appena lo 0,5% in Lombardia; a tal proposito Tremonti è quindi candidato al Senato della Repubblica, nelle liste della Lega Nord, in regione Lombardia (in seconda posizione) e come capolista nelle regioni Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna: alla fine viene eletto senatore della XVII Legislatura in due circoscrizioni (Piemonte e Lombardia), optando per la Lombardia.

Aderisce poi al gruppo parlamentare Grandi Autonomie e Libertà.[4]. Saltuariamente è collaboratore del Corriere della Sera.

Nel 2017 ha scritto con Vittorio Sgarbi il libro Rinascimento. Con la cultura (non) si mangia, manifesto dell’omonimo partito fondato proprio da Sgarbi e al quale Tremonti aderisce.[5]

In vista delle elezioni politiche del 4 marzo Tremonti tenta l’avvicinamento del proprio gruppo al Senato GAL al movimento Rinascimento, ma esso si avvicina a Forza Italia. Sgarbi decide quindi di federare Rinascimento con FI e Tremonti non viene ricandidato, lasciando il partito.[6]