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Pochi euro per chi lavora, ma è ‘stipendio’ per i nullafacenti

di Fabrizio Carta

Pochi euro al giorno per chi lavora, settimane in panciolle per chi percepisce il reddito di cittadinanza.

E’ il valore della salute dell’italiano che lavora, decretato ufficialmente dal governo. Il decreto che lo ha stabilito è uscito di notte, come chi vuole nascondersi e non farsi vedere. E’ uscito alle 3 perché fascia protetta, in quanto vietato ai minori e a rischio violenza.

Alle 3 di qualche notte fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, dopo giorni di trepidante attesa, il tanto atteso Cura Italia, con contenuti non all’altezza della portata della crisi. Un Decreto che non cura, ma percula l’Italia, of course.

Per chi si aspettava un aiuto nel grave momento di carenza di liquidità, c’è ben poco. Per i ricavi superiori a 2ml una miniproroga al 20 Marzo invece del 16, per chi invece ha ricavi inferiori a 2ml deve pagare tutti i debiti che matureranno nei mesi di marzo di aprile e di maggio, e sottolineo tutto, quindi iva, contributi propri e dei propri dipendenti, ritenute e quant’altro, senza alcuno sconto, al 30 giugno.

Ma tanto dal 3 aprile ci saranno le file dietro le porte dei vostri negozi, ça va sans dire.

Per artigiani, commercianti e autonomi iscritti alla gestione separata ci sarà, per il solo mese di marzo, un bonus di 600 euro. Ma i soldi stanziati non bastano per tutti. Dall’Inps addirittura parlavano di click day, ma erano stati “fraintesi”. Assurdo.

Se invece avete un negozio, per il mese di marzo potete avere un credito di imposta pari al 60% del canone. Ma solo per il mese di marzo e a condizione che l’immobile rientri nella categoria catastale C/1. Ma già abbiamo detto che da aprile avrete la coda di clienti davanti ai negozi, per cui “state sereni”. Nel frattempo si fermano gli accertamenti fiscali, per qualche mese e solo quelli “a domicilio”; negli uffici invece si continueranno a fare i controlli. Questo “pesante” stop all’attività accertativa degli uffici finanziari la sconteremo con due anni di proroga delle prescrizioni: potranno accertare il 2015 non più fino al 31.12.2020, ma si andrà al 31.12.2022, e così via fino al 2020. Inaudito!

Ma tra le pieghe del decreto si trovano altre punte, talmente improbabili che sembrano sfociare nella provocazione. Quello che più indigna e fa riflettere è la lettura incrociata di due articoli del decreto, che dà veramente conto degli indirizzi psicologici di chi ha partorito questo abominio.

L’articolo 63 assegna un “ricco” premio ai lavoratori dipendenti. Il premio è di ben 100 euro, ma non spetta a tutti e non paga lo Stato, ma il datore di lavoro, che lo recupererà sotto forma di credito d’imposta. Quando? Siete pignoli se lo chiedete.

Il “ricco” premio spetta per il solo mese di marzo a chi ha svolto la propria attività “nella propria sede di lavoro” ma sarà rapportato al numero di giorni di lavoro prestati nella propria sede di lavoro, solo quelli effettivi. Come dire “devi lavorare, tu che puoi, sennò le tasse chi le paga?”

Per cui, a infermieri, cassieri dei centri commerciali e dei negozi di alimentari, commesse delle farmacie, ma anche segretarie dei numerosi uffici e negozi rimasti aperti per non fermare il paese, che in questo mese hanno messo a repentaglio la loro salute per il bene collettivo, si direbbe in termini tecnici “con altissimo senso del dovere, esemplare abnegazione e sprezzo del pericolo”, spetta un bonus di 100 euro, ma da “rapportare al numero di giorni di lavoro svolti nella propria sede di lavoro nel predetto mese”. Per chi ci governa, la loro salute vale qualche euro al giorno.

Il reddito di cittadinanza

Lo stesso decreto, però, rivolge il proprio interesse e la propria tutela verso altri soggetti. Articolo 40: “Sospensione delle misure di condizionalità”.

La disposizione in questione ordina che, per i prossimi due mesi, i percettori del reddito di cittadinanza continueranno a ricevere il bonifico dall’Inps, ma verranno meno gli obblighi di attivazione. In soldoni, almeno fino a metà maggio chi riceve il reddito di cittadinanza non avrà più l’obbligo di accettare offerte di lavoro congrue, a tutela della propria salute. Per cui, chi oggi riceve il sussidio, può continuare a stare beatamente a casa, senza alcun obbligo di sorta.

Noi non vogliamo fare la guerra contro nessuno, ma questa è pura indecenza. Perché, come faceva notare qualche politico, i percettori del sussidio in questo drammatico momento si potrebbero rendere utili alla collettività, soprattutto a favore della parte della popolazione più debole, gli anziani, visto che molti comuni stanno cercando volontari per aiutare anziani e disabili attraverso la consegna a domicilio della spesa e dei farmaci. E noi siamo d’accordissimo. Va benissimo la tutela della salute, ma se c’è bisogno di una mano a favore di tutti, si faccia intervenire chi già viene pagato, naturalmente applicando tutte le cautele del caso, ma mettendolo alla pari di chi mette a repentaglio la propria incolumità già regolarmente, e spesso per molto meno! Molti di loro ne sarebbero orgogliosi, ne sono certo.

Allora, è inutile fare grandiose conferenze stampa di autoglorificazione, dove si propaganda un poderoso aiuto all’Italia, quando invece si sono fatti solo interventi palliativi. Di strutturale c’è ben poco. Sospendere di qualche mese i pagamenti, ma solo per alcuni, non è modo di aiutare; sospendere d’autorità i licenziamenti, per tutte le aziende, è pure incostituzionale; allungare i termini di accertamento di ben due anni, in cambio di due mesi di freno agli accertamenti, è puro sciacallaggio.

Qua si mette a repentaglio una grossa fetta di imprese e di lavoratori, si sta ragionando sul futuro dell’economia del nostro paese. Io credo che a questo punto diventano certezza i dubbi iniziali sulle competenze tecniche di chi ci governa.

Però su una cosa sono d’accordo con Giuseppi: questo intervento rimarrà nei libri di storia. Anzi, aggiungerei, rimarrà sicuramente nei dizionari, alla voce porcheria.

Fabrizio Carta