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Fuga di medici all’estero: “Il mio successo grazie a un’ottima formazione in Italia”

Tagli del personale medico e infermieristico, definanziamento in sanità e la ‘fuga’ di molti medici formati nelle università italiane, con alti livelli di professionalità e competenze, che scelgono di lasciare il Paese per varie ragioni: su tutte, le maggiori opportunità di crescita professionali in tempi ‘brevi’ e stipendi molto più alti. Tutto questo è la spia di problemi che vanno affrontati in modo strutturale e che i soldi del Pnnr da soli non possono risolvere. Per la verità non sono solo i medici giovani a scappare ma anche la classe medica ‘più anziana’ che preferisce optare per un pensionamento anticipato o passare all’ospedalità privata, magari all’estero.

L’agenzia di stampa Dire per riflettere su questo complesso fenomeno, capirne le ragioni alla base ma soprattutto per raccontare una storia, ha raggiunto Pasquale Santangeli, cardiologo ed elettrofisiologo dell’Omceo Roma che oggi vive e lavora negli Stati Uniti.

A soli 40 anni ha ottenuto l’incarico come direttore del Programma di Ricerca e Terapia delle Tachicardie Ventricolari nonché è co-direttore dell’Elettrofisiologia presso la prestigiosa Cleveland Clinic (Ohio). Lei è l’esempio calzante de ‘la fuga dei cervelli italiani’ all’estero perché spesso pagati poco e senza prospettiva di crescita professionale. Quando ha deciso di lasciare il nostro Paese e perché?

“Non ho avuto mai intenzione di lasciare il Paese perché in Italia mi sono trovato sempre bene. Ho avuto un ottimo training a Roma e un eccellente ‘mentor’. Mi riferisco in particolare al professor Pietro Santarelli, che mi ha spronato comunque a investigare altre opportunità all’estero e negli Stati Uniti. Un’altra figura importante, sempre un italiano, è il professor Andrea Natale che mi ha aiutato a crescere sia a livello professionale che sotto il profilo della ricerca. Il resto è stato il frutto di un mix tra passione e fortuna e così mi sono spostato in Pennsylvania e più recentemente a Cleveland. Ma il nostro Paese mi manca sempre. Inoltre se ho avuto successo all’estero, ci tengo a sottolinearlo, è perché ho avuto una ottima formazione in Italia”.

Sono davvero moltissimi i riconoscimenti che ha ottenuto nel corso della sua carriera. Nel 2018 è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti scientifici e nel 2021 ha ricevuto, insieme ad altri 13 ricercatori di origine italiana tra cui Anthony Fauci, il premio ‘Italian American Medical Award’ per aver contribuito alla ricerca e al progresso della medicina negli Usa. Cosa offrono di più gli Usa ad un ricercatore/scienziato in termini di investimenti economici, umani e di formazione rispetto all’Italia?

“Qui le università competono tra di loro e questo spirito di competizione aiuta a ricercare le persone più adeguate per migliorare l’assetto clinico e scientifico degli atenei. Questo non accade in Italia. In Italia esiste piuttosto uno spirito di collegialità ma che può influire in termini di opportunità offerte ai giovani più promettenti perché è come se non ci fosse interesse a ‘crescere’ oltre un certo limite”.

Nel nostro Paese uno dei più grandi problemi è forse una valida e organizzata politica di assunzioni. Crede che in Italia sia possibile un vero cambiamento? E se potesse lei immaginarlo, da dove partirebbe?

“Negli Stati Uniti, in Asia, in Australia ma anche in Europa ci sono tantissimi italiani di successo. Il vantaggio che ha l’Italia sono gli italiani, alcuni di questi sono particolarmente eccellenti nel loro campo di attività. Ci dovrebbe essere uno sforzo complessivo per armonizzare le forze e cercare di creare team di professionisti validi e competenti per migliorare le condizioni dell’individuo e del gruppo. Questa visione d’insieme credo manchi culturalmente al nostro Paese. Dunque ci vorrebbe uno sforzo culturale per raggiungere certi obiettivi”.

Di che cosa si sta occupando in questo momento?

“Mi occupo prevalentemente di attività clinica, sono un elettrofisiologo interventista. Il mio lavoro ha che fare perciò con le procedure invasive e la mia passione è quella di trovare soluzioni per pazienti considerati complessi o addirittura inoperabili sperimentando nuove tecnologie, in partnership anche con le industrie, per cercare di creare nuovi dispositivi. Questa ricerca mi ha sempre appassionato e continua ad appassionarmi adesso”.

Ai tantissimi ragazzi che aspirano a diventare medico e magari seguiranno questa intervista cosa si sente di consigliare? Formazione in patria o è bene arricchire in ogni caso il proprio curriculum con la specializzazione all’estero?

“Diventare un medico in Italia è difficile a causa del numero chiuso previsto da molti anni e paradossalmente, per questo motivo, il nostro processo di selezione è molto più stringente che negli Stati Uniti. Dunque il fatto di laurearsi come medico in Italia per me è già un grande successo. La cosa che raccomando ai giovani è capire sin da subito qual è la loro vocazione all’interno della medicina ma anche in generale nella vita. È importante ci sia la giusta passione motore per specializzarsi nel settore di riferimento. L’università peraltro in questo processo ricopre solo una porzione, limitata, della formazione personale. Grazie al facile accesso ad internet e a Pubmed c’è la possibilità di progredire e completare individualmente la propria formazione. Oltre all’aggiornamento è altrettanto importante trovare dei ‘mentor’ che possano formarli in maniera longitudinale e che possano essere interessati a far proseguire gli studenti nella loro carriera. A volte per trovare la sintesi di tutti questi elementi bisogna spostarsi all’interno dell’Italia stessa o all’estero. Andare oltre i propri confini geografici è importante perché consente di aprire la mente, vedere altri modi di agire, di fare clinica ma anche di pensare”.