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Mondo donna. Candy Candy e le vittime di Terence

Alla fine, è tutta colpa di Terence. Avere quarant’anni o giù di lì oggi, significa essere nate nell’era di Candy Candy. Ed essere nate nell’era di Candy Candy, per le donne che vogliono l’amore vero, significa dover superare barriere psicologiche più spinose di una muraglia fatta di cactus.

Perché diciamolo, Terence Grandchester le ha rovinate. Quando intorno ai 12-14 anni la televisione propina in tv cartoni animati in cui la protagonista si innamora perdutamente di uno stronzo da capogiro, una ragazzina nell’età dello sviluppo e delle prime pulsioni, può subire influenze destinate a durare per la vita intera. Non c’è da stupirsi quindi quando ci si imbatte al ristorante o in qualche locale in nugoli di quarantenni-cinquantenni single che, intente a confessarsi reciprocamente, concludono i discorsi con un sonoro ‘eh, ma io di uomini non ci ho mai capito nulla”.

E’ comprensibile. E spieghiamo il perché.

Candice White Andrew (meglio nota come Candy Candy), dolce lentigginosa che vive nell’orfanatrofio di Miss Pony, trova la sua potenziale rivincita nel momento in cui, adottata da un’aristocratica famiglia, arriva a conoscere Anthony. Un principe azzurro vero, gentile, generoso, con i capelli biondi e gli occhi celesti, che la fa innamorare perdutamente dicendole ‘sei più carina quando ridi che quando piangi”. Non esiste frase più famosa e tocca-cuore per una donna moderna, e non esiste femmina che, nel suo intimo, non aspiri a cotanta leggiadria. Perché questo significa ‘ti farò sorridere sempre, sarò il sole che ti aiuterà a brillare’ e ammettiamolo: quale donna non vorrebbe un uomo così?

Ma poi arriva la lezione delle lezioni. Il troppo bello per essere vero. Il cavallo bianco del principe inciampa, crolla rovinosamente a terra trascinando il sogno dei sogni nel baratro. Il principe azzurro muore così, cadendo dal suo cavallo bianco. E una allora pensa: “Ecco, allora era un idiota”. E quando passa al contrattacco cercando un’emozione che duri, la vita risponde con l’affondo finale: arriva Terence Grandchester. Bello e tenebroso, che a cavallo ci sa stare anche senza sella e senza redini, col ciuffo maledetto che solo a tratti scopre lo sguardo ammaliante e la sicurezza di un faraone egizio eletto per volere degli dei.

Terence arriva e strappa dal petto il cuore femminile in cerca d’affetto. Terence travolge con la passione della rivincita, con l’audacia del ‘voglio di più’, con l’entusiasmo togli-respiro delle fiamme che bruciano presto. Ma Terence penetra in fondo al cuore, lasciando la sensazione che l’amore sia il bruciarsi insieme alla luce del sole senza contare che, alla fine, quando una cosa brucia diventa cenere e sparisce nel vento.

Terence lo sa, perché lui, a differenza di Candy,  non è infermiere nè crocerossino. Lui non ambisce a curare, guarire, tramutare tentando inutilmente di tirare fuori sangue da una zucca. E’ per questo che si è sempre tenuto Susanna nell’armadio. Susanna che ha saputo aspettare, che non ha mai alzato la testa e non ha mai detto ‘no’ anche quando avrebbe preferito imbracciare un kalashnikov. Susanna destinata ad essere infelice per sempre, che si è ammalata per lui, ma che alla fine, quando lui avrà terminato le scorribande ci sarà, anche a costo di piangere ogni notte, perché ha capito di non essergli mai bastata.

E’ a questo punto che Candy Candy dovrebbe fare un esame di sé. Dovrà capire se vuole diventare come Susanna Marlowe, che rimane invalida e triste per salvare il suo uomo, o se vuole crescere e diventare Candice White Andrew. Perché se non lo farà, sarà destinata a rimanere con un Terence qualunque quando invece avrebbe potuto trovare un Anthony un po’ più sveglio.

Anna Bianchini