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Roana. L’abisso del ‘Giacominerloch’ tra leggenda e realtà: storia di una grotta ancora inesplorata

Meta di spedizioni esplorative anche da parte di gruppi escursionistici di altre regioni, il buco del Giacominerloch rimane tutt’oggi un luogo sconosciuto ai grandi numeri, avvolto in un’aura misteriosa e quasi senza tempo.

L’anfratto di origine carsica si trova a Cesuna di Roana non distante dal torrente Ghelpach, in un altopiano come quello dei Sette Comuni disseminato di cavità naturali e doline delle quali spesso si parla anche in virtù di temperature sottozero con cifre da record raggiunte proprio in virtù della particolare morfologia di questi punti.

Ciò che però contraddistingue il ‘buco di Giacomino’ dai molti altri presenti sulle montagne vicentine e che lo rende una grotta eccezionale almeno per il Veneto è senz’altro la sua profondità significativamente inusuale: si parla infatti di quasi 600 metri ma questa, a detta di alcuni geologi, è la quota esplorata e non è certo quindi si tratti di quella assoluta.

Un abisso scuro ed inquietante, certamente non alla portata di avventori poco esperti, la cui conformazione ha senz’altro contribuito a far nascere attorno ad esso leggende e racconti che ne accrescono una fama intrisa di superstizione, vecchie paure alimentate da racconti considerati maledetti e voci poco più che sussurrate ma ricorrenti che raccontano di morti gettati nell’orrido infernale.

Si narra infatti che nei secoli scorsi i corpi dei defunti che avevano lasciato la vita terrena in situazioni fuori dalla grazia di Dio, non potendo essere tumulati in terra consacrata, venissero gettati nella voragine. Come ben riportato dallo storico e appassionato di cultura e tradizioni locali Giorgio Spiller, “secondo la tradizione orale raccolta a Cesuna, grazie anche all’opera di Don Andrea Grandotto, che aveva anche fama di esorcista, nella cavità finivano i miscredenti, atei e bestemmiatori. Sepolti nel vecchio cimitero sul Panocio sovrastante la chiesa, essi non trovavano pace; tanto che da lassù di notte provenivano rumori e lamenti strazianti, finché non venivano riesumati e traslati nottetempo nel Jacominarloche con misteriose processioni notturne al lume di candela. Si racconta inoltre che in quel luogo si trovava un verdeggiante prato; un giorno, durante la festa del dio Jakomin, una divinità di quei tempi, un pastore faceva pascolare le pecore disinteressandosi a quei riti religiosi. Per punizione il dio fece crollare il terreno, che travolse pastore e pecore”.

Un’altra storia – stavolta raccolta nel volume Leggende dell’Altopiano di Asiago di Francesco Zanocco – racconta invece la sventurata vicenda della bella Giacomina, rapita da malvagi folletti e costretta a vivere nella grotta lontana dai verdi prati e dal bel sole delle sue montagne. Nemmeno i sentimenti d’affetto e il coraggio del boscaiolo Josel attirato dai suoi tristi lamenti riescono a riportarla in superficie se non dopo secoli quando nel frattempo il mondo è cambiato e una lapide posta all’ingresso del buco ammonisce i due innamorati sul tempo inesorabilmente trascorso.

Più recente e nota invece anche agli anziani del posto che ancora la tramandano, la versione ‘storica’ che invece vorrebbe il Giacominerloch quale luogo di sepoltura massiva dei caduti durante il Primo Conflitto bellico, nell’ottica soprattutto di scongiurare il rischio non remoto di una pandemia: versione, quest’ultima, che troverebbe riscontro nella dettagliata relazione che il geometra Luigi Marzot predispose dopo la discesa in voragine effettuata da un nutrito gruppo speleologico, confluito poi nel CAI, il 2 ottobre 1932 e riportata sempre dallo Spiller: “Discesi dal secondo salto trovammo del sorprendente, dallo stretto corridoio si aprì dinanzi a noi un ampio salone di una trentina di metri di larghezza per un’ottantina di lunghezza; nel primo tratto a forte pendenza (45°), trovammo del materiale bellico, due ruote di cannone e accanto un proiettile austriaco inesploso. Continuando le nostre osservazioni trovammo diverse bombe a mano, una base di cemento del baracchino militare che si trovava durante la guerra poco sopra la voragine ed altri tristi ricordi di guerra, ossa frammischiate a panno macerato, giberne, cartucce e terriccio e sassi che coprivano in mal modo ogni cosa”.

Storia e narrazioni che si fondono e si intersecano nel tentativo  di spiegare ciò che alla fine sfugge alla facile comprensione e alla portata dei più: quello che invece tecnicamente si può dire e che può risultare utile all’esperto escursionista è che la voragine risulta armata a cura del Gruppo CAI di Malo sino alla quota di -550 metri con corde comunque non recenti e che oltre i 200 metri la presenza di acqua, specie dopo episodi precipitativi abbondanti, risulta una variabile gravosa e una situazione di pericolo sulla quale è bene non soprassedere.

Tutto questo naturalmente sommato alla fragilità delle pareti del buco, soggette a frequenti smottamenti: una meta rischiosa insomma, al limite del proibitivo. Quasi una volontà recondita ed arcana del Giacominerloch di restare un luogo inaccessibile e defilato rispetto alla curiosità vociante e multicolore dell’improvvido turista.

Marco Zorzi