“Le materie prime alimentari straniere mettono a rischio migliaia di posti di lavoro italiani e minano le nostre tipicità”. L’allarme è lanciato da Coldiretti e anche nel vicentino si fa sentire il pericolo di vedere ‘marchiati’ come italiani prodotti che vengono dall’estero.

A parlare sono Martino Cerantola e Roberto Palù, rispettivamente presidente e direttore provinciali di Coldiretti Vicenza.  

“Anche nel Vicentino fa capolino il grano d’oltrefrontiera, che si trasforma in pane, in particolare sugli scaffali della grande distribuzione, che promuove a gran voce pane fresco tutti i giorni, traendo in inganno il consumatore finale, non sempre in grado di distinguere tra le diverse tipologie di prodotto e, soprattutto indotto in inganno da una comunicazione battente ed efficace. Sono questi i presupposti che hanno portato al osservare come dal grano al pane i prezzi aumentano del 1.450%, con il grano che è oggi pagato come trent’anni fa, su livelli al di sotto dei costi di produzione attuali”.

Il dato emerge un’analisi della Coldiretti presentata in occasione della mobilitazione degli agricoltori al porto di Bari dove, secondo Cerantola e Palù, sbarca grano straniero destinato a produrre pane e pasta senza alcuna indicazione in etichetta sulla reale origine. “Nel 2015 sono più che quadruplicati gli arrivi di grano dall’Ucraina, per un totale di oltre 600 milioni di chili e praticamente raddoppiati quelli dalla Turchia, per un totale di circa 50 milioni di chili – hanno spiegato – Questo non può che allarmarci sulla sopravvivenza delle nostre aziende, che producono con metodi tradizionali e rispettosi dei processi naturali, dalla lievitazione alla produzione stessa del grano, che comportano sacrifici, in termini di tempo ed economici, che la grande distribuzione non sostiene”.

Secondo la direzione provinciale vicentina di Coldiretti, si tratta del risultato delle scelte poco lungimiranti fatte nel tempo da chi ha preferito fare acquisti speculativi sui mercati esteri di grano da ‘spacciare’ come pasta o pane made in Italy, per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la reale origine del grano impiegato. “Un comportamento reso possibile dai ritardi nella legislazione comunitaria e nazionale – hanno sottolineato Cerantola e Palù – che non obbliga ad indicare la provenienza del grano utilizzato in etichetta. È fatto con grano straniero un pacco di pasta su tre e circa la metà del pane in vendita in Italia, ma i consumatori non lo possono sapere, perché non è obbligatorio indicare la provenienza in etichetta”. Il drastico crollo dei prezzi deve allarmare, infine, sul versante della sopravvivenza delle aziende e, di conseguenza, dell’occupazione. “I prezzi del grano duro sono crollati del 31% rispetto allo scorso anno – hanno concluso Cerantola e Palù – Su valori al di sotto dei costi di produzione che mettono a rischio il futuro del granaio Italia. In pericolo non c’è solo la produzione di grano ed il futuro di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano, ma anche un territorio di due milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione made in Italy”.

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