Sono in vigore i limiti europei per Pfas nell’acqua potabile. Ogni Stato membro dovrà monitorare in tal senso e informare puntualmente la debita commissione sui risultati. Compresi gli sforamenti, gli incidenti e le eventuali proroghe concesse. Un paletto dell’UE, che recepisce in modo più rigoroso la direttiva europea 2020/2184, che viene accolto con amarezza comitato ‘Mamme No Pfas’: ” limite ancora lontani da quelli realmente cautelativi indicati dalla comunità scientifica”.
Un passo avanti atteso, dopo anni di vuoto normativo
“Si tratta di un passo avanti atteso da anni” commentano dal comitato: ” che arriva però dopo un lungo vuoto normativo. L’Italia, tra i Paesi europei più contaminati da Pfas, ha recepito la direttiva con i Decreti Legislativi 18/2023 e 102/2025, introducendo limiti aggiuntivi. Nella ‘somma Pfas’, soggetta al limite di 100 ng/L, sono infatti inclusi anche GenX, ADONA, C6O4, il 6:2 FTS e sei molecole ADV”. Tuttavia, a fine dicembre, con la Legge di Bilancio 2026, il Governo ha introdotto una proroga di sei mesi sull’attuazione di due misure più restrittive già approvate: il limite di 20 ng/L per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS); il monitoraggio di sei molecole ADV, associate allo stabilimento di Spinetta Marengo (AL). Dal 2027 entrerà inoltre in vigore un limite specifico per il TFA pari a 10.000 ng/L: una molecola ultracorta, altamente persistente e sempre più diffusa nelle acque.
“Percorso lento e insufficiente”. Il costo dell’inazione ricade sui cittadini
“Se da un lato si può riconoscere un avanzamento normativo, dall’altro denunciamo che il percorso intrapreso resta estremamente lento e insufficiente. Le conoscenze scientifiche e gli strumenti analitici sono disponibili da anni, mentre le proroghe introdotte finiscono per favorire esclusivamente le aziende produttrici, per ragioni economiche, a discapito dei cittadini, che continuano a pagare il prezzo più alto in termini di salute, oltre a subirne i costi finanziari-incalza il comitato ‘Mamme No Pfas’- I dati economici confermano che il costo dell’inazione ha ormai raggiunto livelli insostenibili e che, in assenza di un divieto alla fonte, l’introduzione dei soli limiti produce un meccanismo di gestione permanente dell’inquinamento, con costi strutturali e ricorsivi a carico dei cittadini che sono destinati ad aumentare progressivamente: sistemi di filtrazione, smaltimento dei fanghi contaminati, bonifiche ambientali, investimenti infrastrutturali e spesa sanitaria”.
All’estero scelte più decise
Il confronto internazionale, sottolineano le Mamme No PFAS, dimostra che le alternative esistono. “Negli Stati Uniti sono in vigore limiti più stringenti e in Paesi come Francia e Danimarca sono già stati introdotti divieti settoriali. Ribadiamo con forza che i limiti introdotti non sono sufficienti. In questo scenario di ‘gestione permanente dell’emergenza’, il principio ‘chi inquina paga’ viene ribaltato in ‘i cittadini pagano per essere stati inquinati’. Le aziende produttrici mantengono i profitti derivanti dall’uso dei Pfas, l’industria della filtrazione guadagna vendendo i sistemi per rimuoverle e il cittadino, che si fa carico, attraverso tasse e tariffe, di tutte le esternalità negative che vengono così socializzate, è l’unico attore che perde”.
La richiesta: “vietare i Pfas”
“Serve una scelta politica chiara e coraggiosa: vietare la produzione e l’utilizzo dei Pfas-conclude il comitato- a partire dagli usi non essenziali e laddove esistono alternative sicure. Solo così sarà possibile proteggere la salute dei cittadini, fermare l’inquinamento e bloccare la crescita di questa “tassa occulta”, evitando l’accumulo di un debito ambientale ed economico che le future generazioni non saranno in grado di sostenere”.
di Redazione AltovicentinOnline
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